CHE FINE HA FATTO LA I ?

Un approccio all’intersessualità

di Irene Pasini 

Negli ultimi anni la sigla della comunità si è arricchita di nuove lettere con diverse varianti: da LGBT a LGBTI, LGBTQI, LGBTQIA. Le combinazioni sono tante, l’urgenza sempre la stessa: dare visibilità. Molte delle aggiunte recenti, difatti, identificano realtà non solo poco rappresentate nella società, ma addirittura poco conosciute all’interno della stessa comunità omosessuale, bisessuale e trans*. Per quanto riguarda la categoria delle persone intersessuali basti pensare che la prima raffigurazione televisiva è avvenuta con il telefilm Faking it solo due anni fa con il personaggio di Lauren, una ragazza affetta dalla sindrome di Morris.

Ma facciamo chiarezza. Con intersessualità, dunque, s’intende il termine ombrello che comprende diverse variazioni fisiche riguardanti principalmente cromosomi, gonadi, ormoni, organi riproduttivi, genitali, e le caratteristiche di sesso secondarie, come ad esempio la barba. Su questa parola si fa molta confusione, in parte sicuramente perché in precedenza è stata usata nella sua accezione mitologica, seppur scientificamente scorretta, di ermafrodita, ma soprattutto in quanto se n’è sempre parlato troppo poco.

Detto ciò, la complessità del tema non sembrerebbe coinvolgere tanto la salute fisica (che generalmente non viene minacciata dalle “variazioni”), bensì un mancato incasellamento nelle tipiche nozioni binarie del corpo maschile o femminile.

Spesso le persone intersessuali subiscono una pesante medicalizzazione pressoché inutile dal punto di vista delle funzionalità corporee e prevalentemente imposta alla nascita, essendo quindi private di un’eventuale libertà di scelta. Di conseguenza anche gli studi sugli effetti a lungo termine dell’intersessualità scarseggiano, e in molti casi chi è stato sottoposto a questi interventi giunge a soffrire di squilibri ormonali. Tutto questo rende la comunità intersessuale non solo invisibile nella società bensì, in particolar modo, povera di dati scientifici sufficienti ad avallare una ricerca attendibile. Per quanto alcuni medici vogliano semplicemente risolvere quello che secondo loro è un “problema”, è però vero che molti riportano la necessità di operare non tanto sotto una luce uniformante ai criteri sociali ma piuttosto da un punto di vista preventivo, sulla base del fatto che alcuni di questi organi possano generare delle neoplasie. Possibile che la comunità intersessuale non sia spaventata dalle percentuali di rischio tirate fuori dalla medicina? Come mai di fronte a determinati pericoli si continua a rivendicare l’autodeterminazione del proprio corpo?

Per approfondire meglio il tema bisognerebbe innanzitutto partire dicendo che, per esempio, le statistiche su testicoli interni e relativi sviluppi tumorali riguardino gli uomini e non le donne o, ancora, considerare che nell’eventualità di una rimozione le persone sarebbero costrette a terapie ormonali fino ai 60 anni e che un aumentato rischio è documentato solo nei casi di mosaicismo, o tessuto misto, ovvero una delle forme più rare. Dunque ecco, la ricerca medica è approssimativa e non attenta alla diversità della comunità intersessuale? Probabilmente sì, tuttavia consideriamo la condizione di quella rara percentuale di neonati intersessuali che presenta davvero condizioni di alta incidenza tumorale: quanto tale scelta è comunque condizionata dal bisogno di uniformare al binarismo?

Verrebbe da chiedersi, per esempio, perché in simili vicende la medicina non palesi dubbi ma nel caso di rimozione di testicoli e seni di individui non intersessuali ci si ponga molti più limiti. Quando qualche anno fa Angelina Jolie si sottopose a duplice mastectomia preventiva per ridurre il rischio di cancro (calcolato con una probabilità pari all’87%) la cosa sollevò un gran clamore, con posizioni che oscillavano tra il vedere nella scelta dell’attrice una sorta d’offesa al femminismo e al corpo delle donne, una paranoia salutista oppure una copertura volta a mascherare un intervento di chirurgia estetica. Addirittura alcuni medici dichiararono non necessario l’intervento richiesto dalla Jolie, ritenendolo invasivo e facilmente sostituibile da un più attento monitoraggio degli organi a rischio.

Sarebbe interessante a questo punto chiedere agli stessi dottori, che con così tanta veemenza si scagliarono contro la Jolie, un parere riguardante il possibile rischio di sviluppo tumorale in un neonato intersessuale. Riuscirebbero a vedere lo stesso valore, indubbiamente culturale, del seno naturale di una sex symbol americana nelle gonadi di un neonato intersessuale?

Pubblicato sul numero 26 de La Falla – Giugno 2017. 

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