EDITORIALE #26 – GIUGNO 2017

di Vincenzo Branà

C’è chi sostiene che i 35 anni siano l’età migliore: gli anni della forma smagliante, della maturità, di qualche errore già lasciato alle spalle, dell’esperienza, delle conquiste, della libertà. Il prossimo 28 giugno il Cassero spegnerà le sue trentacinque candeline ed è giusto domandarsi se e come questo traguardo può rappresentare per il più longevo circolo LGBTQI italiano l’età migliore. Nell’origine stessa del Cassero si intravede la promessa di un destino complicato: quel 1982 arrivava dopo i fragori di un ’77 di lotta, in cui i movimenti di liberazione fronteggiarono la mano repressiva dei governi, di quello centrale ma anche degli enti locali. Sarebbe semplicistico, e probabilmente anche falso, interpretare la conquista del Cassero soltanto come la sintesi di quella storia. Per chi, come me, osserva quegli anni da lontano, interpretandone oltre ai fatti gli effetti, viene più facile credere che quella del Cassero fu un’altra storia, imprevista nell’orizzonte di tutti i fronti in lotta, figlia dell’autodeterminazione di una comunità identitaria che aveva bisogno di emanciparsi dal resto, di tracciare la propria strada. Non bisogna aver paura di dire che il Cassero nacque nel conflitto: di chi da una parte credeva che con il potere – e con il sindaco Zangheri – non si potesse scendere a patti, e di chi dall’altra non voleva che uno spazio pubblico, in più connotato religiosamente, venisse concesso alla comunità omosessuale. Scrive Ramina in Ha più diritti Sodoma di Marx: “Di questi tempi torna in auge rileggere la storia come se i conflitti non esistessero, come se il rispetto reciproco equivalesse ad omologazione delle coscienze e come se il Sacro fosse appannaggio delle burocrazie religiose, e neppure di tutte, ma solo di quelle di Santa Romana Chiesa. In verità la tensione morale ed etica agglutinatasi attorno alla vicenda del Cassero, è stata fortissima”. Di quella tensione, e di quei conflitti, bisognerebbe oggi tirare le fila, dentro alla nostra comunità ma soprattutto fuori dai suoi confini. Interpellando chi si mostrò perplesso ma anche chi si sentì tradito, scrutando la storia col senno di poi, per continuare a scrivere la storia che verrà.

Pubblicato sul numero 26 de La Falla – Giugno 2017. 

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