PÁNTA REÎ

Tutto scorre, tutto cambia, tutti siamo in transizione.

di Carmen Cucci

 

“Tutti siamo in cambiamento, tutti siamo in transizione”.
Sotto uno dei tanti portici di Bologna è Christian che ci parla, uno dei protagonisti, insieme a Milena ed Anna, del documentario Siamo tutti in transizione, frutto del lavoro degli studenti del liceo bolognese Laura Bassi, supportati da un tutor della D.E-R (Documentaristi Emilia-Romagna). Tre storie di transessualità e transgenderismo che mescolano vita quotidiana e battaglie costanti per veder riconosciuti i propri diritti.

siamo tutti in transizione

Tutto parte da un progetto scolastico promosso dai programmi di alternanza scuola-lavoro: i ragazzi decidono di iniziare un percorso di ricerca che li vedrà approcciarsi dapprima al Cassero, al Gruppo Scuola e al Centro di Documentazione Flavia Madaschi per reperire materiale utile ad approfondire la tematica trans, poi raccogliere testimonianze reali da attivisti loro coetanei.

Il risultato offre uno spaccato di vita di persone che si vengono a trovare di fronte a problemi e difficoltà in questioni che la maggior parte di noi dà apparentemente per scontate, come la costruzione della propria identità e la piena coscienza del sé. Le troviamo a tavola, conversando amabilmente tra un piatto di lasagne ed una porzione di tiramisù, e siamo catapultati dentro le loro vite e le loro esperienze.

Anna, d’origine sarda, approdata a Bologna per studio, ci racconta del suo arrivo nella città, dell’approccio terapeutico alla transizione, di come il rapporto con la sua famiglia e la realtà paesana siano mutate nel corso del tempo, decisamente in meglio ma non senza sforzi: “l’intera comunità ha transitato con me” afferma, sorridendo. Attivista del MIT, orgoglioso ed avanguardistico Movimento d’Identità Transessuale nato a Bologna nel ’79, ci illustra il progetto Oltre la strada, attività volta a supportare sex-workers tanto psicologicamente quanto materialmente, con distribuzione di generi di minimo conforto e offrendo compagnia e mezzi di trasporto in caso di visite mediche ove necessarie.

5.-MIT_2014Christian e Milena, gli altri co-protagonisti del documentario, alternano discussioni sul percorso che hanno seguito ad aneddoti legati al loro vissuto.

Al centro delle conversazioni emerge, indiscutibilmente, come la transizione nasca dall’esigenza di raggiungere una condizione di benessere psicofisico: identificarsi per come si è, fisicamente e mentalmente, e far sì che il proprio corpo rispecchi il sentire della persona e non se ne distacchi. L’iter di transizione è un qualcosa di peculiarmente legato all’individuo e non si presenta in modo lineare: coloro che intraprendono questo cammino sono molto diversi gli uni dagl’altri, hanno storie, studi ed età differenti. I modelli di persona trans a cui fare riferimento, soprattutto all’inizio, possono risultare alterati e stereotipati; la stessa Milena, nell’affacciarsi a questo percorso, identificava erroneamente tutte le persone trans al pari di una Platinette, oppure come figure costrette a vivere ai margini della società. Informarsi e confrontarsi rappresenta il primo passo per comprendere esattamente verso dove si vuole transitare, allontanando i pregiudizi.

Il percorso in sé non è affatto semplice: si comincia partendo da una diagnosi di disforia di genere, alla quale seguono sedute psicologiche e psichiatriche, visite endocrinologiche, terapie ormonali, richiesta di cambio di documenti a suon di sentenze giudiziarie prima di approdare, a seconda della volontà di ciascun*, ad interventi chirurgici.

La diagnosi a monte presenta non poche problematicità, trattandosi del riconoscimento di una condizione che viene interpretata come una malattia, come un disturbo, e quindi difficile da non stigmatizzare in tal senso: come Christian ripete “non siamo malati, ma abbiamo bisogno di cure costanti”. Le sedute e le visite portano a uno stato di stress fisico ed emotivo non indifferente, mentre il cambio di documenti senza operazioni chirurgiche (e quindi senza sterilizzazione forzata) era pura utopia fino al 2015, quando la Consulta pose fine alla libera interpretazione della legge sulle norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso. Fino ad allora, chi nella realtà si percepiva come Christian e Milena, sulla carta risultava Beatrice e Francesco: questo fatto rendeva difficoltosa anche una pratica banale come ritirare un pacco in posta senza dover sciorinare pubblicamente e forzatamente il proprio vissuto.

Insieme alla Turchia, l’Italia detiene il triste primato europeo di Stato in cui si riscontra il maggior numero di crimini d’odio contro le persone transessuali; lo stigma della malattia, la mancanza di una legge nazionale contro l’omo-lesbo-bi-transfobia che tuteli anche le discriminazioni in ambito lavorativo e il ritardo prolungato da parte degli enti competenti nel riconoscere la persona in base a come si dichiara e si percepisce, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere invisibili le persone trans e a minare la loro dignità in quanto esseri umani.

Una legge forte ma ormai datata come la 164 del 1982 e una proposta di ddl come il 405, presentato dal senatore Lo Giudice nel 2013, rappresentano alcuni dei problemi e delle possibilità con cui bisogna confrontarsi.

Il nucleo fondamentale, la chiave di volta se così si può definire, non può prescindere dall’autodeterminazione del sé: il raggiungimento di un benessere psicofisico dato dal potersi riconoscere nel proprio corpo, il sentirsi a proprio agio in qualsiasi veste senza dover forzatamente etichettarsi nel binarismo di genere, il poter condividere la propria esperienza con gli altri in maniera serena e consapevole senza pregiudizi di sorta. È tutto questo a riqualificare una persona come cittadino attivo nella società, allontanandola da situazioni stressanti e alienanti. Solo così, almeno per chi scrive, il percorso può definirsi davvero completo, soprattutto dal punto di vista emotivo, offrendo a chiunque la possibilità di capire e stare al passo con il cambiamento.

La transizione, è bene ricordarlo, non è solo per chi decide d’intraprenderla ma coinvolge tutti coloro i quali si trovano in prossimità della persona che transiziona e, di rimando, l’intera comunità; può volerci del tempo, si possono incontrare numerosi ostacoli, ma in fin dei conti ci si accorge che è un comune sentimento eracliteo quello che unisce, perché appunto “siamo tutti in transizione, ed è un qualcosa di meraviglioso”.

Il link del documentario: https://www.youtube.com/watch?v=XWi1Iq_ftgI

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