IL PRIDE CHE CAMBIA IL MONDO

Come si definisce l’orgoglio

Bologna Pride 2012 foto di Stefano Bolognini 9 giugno 2012

di Franco Grillini in collaborazione con Elisa Manici

Due ragazzi, inquadrati dall’alto, si abbracciano stretti, creando un’inestricabile figura plastica, sul gradino del pozzo che un tempo era al centro del cortile di Palazzo Re Enzo. Lo slogan, in alto a sinistra, recita: “Dalla clandestinità alla liberazione. Verso un nuovo alfabeto dell’amore”. In basso al centro leggiamo: “Bologna, 25-28 giugno 1982 – Festa nazionale degli/delle omosessuali [etc.]”.

Creammo questo manifesto, che ora campeggia nel mio studio, per l’inaugurazione del Cassero. Venne deciso tutto in una serata, venti giorni prima: lo slogan, lo striscione d’apertura (“l’è mei un fiol leder che un fiol buson”, ndr), il volantino, il manifesto. Su quest’ultimo ci fu una discussione fino alle cinque del mattino, perché le decisioni andavano prese all’unanimità. E in diversi erano contrari a fare una locandina con due persone abbracciate. Io sostenevo la tesi, di cui ero convinto da tempo, che la questione fondamentale fosse quella dei diritti delle coppie di fatto, e che quindi la “questione sentimentale”, come la chiamavo allora, venisse ormai prima del tema “liberazione sessuale”, che sì era importante, ma l’ideologia che con una scopata avresti liberato il mondo aveva ormai esaurito la sua spinta propulsiva: non era già più così, e pochi anni dopo, con la diffusione dell’Aids, lo sarebbe stato sempre meno.

Era la mia prima riunione, e io, che all’epoca facevo anche il sindacalista, li presi per sfinimento, cosa che, a pensarci, è anche un po’ ridicola, alla prima riunione a cui partecipi, per la serie: “hai fatto la velata fino al giorno prima, vieni qua una volta e vuoi comandare, ma cosa vuoi”. Non me lo dissero, perché erano molto contenti degli slogan che avevo proposto, e perché dovevano sbrigarsi coi materiali.

Il 28 giugno, per l’inaugurazione del Cassero, sfilammo in 150, da piazza Nettuno a porta Saragozza. Questo porta a chiedermi: come si definisce un Pride? Se concordiamo sul Pride come iniziativa di strada basata sulla visibilità, con un corteo, allora non è vero che non ci sia vita prima del 1994, anno in cui si svolse a Roma quello che finora è stato considerato non solo il primo Pride nazionale, ma in assoluto il primo in Italia. Quindi, da un punto di vista storico, dobbiamo stabilire che la nostra manifestazione fu un Pride, così come altre che si svolsero a partire dal 1977. È stato un errore, anche mio, non definirle “Pride”, ma oggi, dopo 45 anni di militanza (di cui ben 35 gaya), mi trovo a fare un bilancio dove dico, innanzitutto a me stesso, “andò così”, con un’operazione di inquadramento storico che vada a incidere sulla memoria che si è cristallizzata nel movimento LGBT italiano, anche se, riflettendoci, definire alcune manifestazioni precedenti al 1994 come Pride è un’ovvietà.

Nel 1991 ci fu un altro Pride che non viene riconosciuto come tale: la manifestazione che organizzammo a Firenze in occasione del VII Congresso mondiale sull’Aids. Fummo più di 80mila: c’erano i centri sociali, i radicali, ma il grosso era lo spezzone Lgbt. Quindi, perché non dire che la prima grande manifestazione Lgbt italiana è stata quella? Secondo me è la rimozione sul tema dell’Aids che ci porta a questo.

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In ogni caso, Bologna ha svolto un ruolo decisivo e centrale, sia sui Pride che nello sviluppo del movimento Lgbt: in questi 35 anni il Cassero ha disegnato la storia, in Italia. Dobbiamo ricordarci sempre con orgoglio che il 28 giugno 1982 è una data che discrimina tra il prima e il dopo. Il movimento gay, a livello nazionale, dal 1978, anno in cui si cominciò a parlare dell’assegnazione di una sede per il CLS – Collettivo di liberazione sessuale (poi “frocialista”), fino al 1982, si concentrò consapevolmente su Bologna, con molte iniziative, da Mario Mieli che parlò in piazza VIII agosto al convegno che il movimento organizzò nel 1977.

Perché il movimento scelse Bologna? Perché sapeva che era una città culturalmente più avanzata di altre: il partito comunista bolognese era decisamente più liberal rispetto a quello di altre città, si poneva la questione dei diritti civili, e come segretario aveva Renzo Imbeni. Alla fine fu lui, insieme ad Anna Maria Carloni, allora responsabile della commissione femminile del partito, a prendere la decisione politica in favore dell’assegnazione, Zangheri firmò l’affidamento al Circolo di Cultura omosessuale 28 giugno in qualità di sindaco.  Fu così che il Cassero divenne il simbolo del movimento Lgbt italiano, in senso letterale: la stessa porta Saragozza, la più bella delle 12 porte della città, costruita come un piccolo castello su mura del ‘200, si prestava alla mitizzazione.

Col 1994 si inaugura la stagione dei Pride nazionali, che organizzava Arcigay in quanto unica associazione in grado di farlo, spostandosi di anno in anno in una città diversa. Questa formula, però, non ha mai incontrato il favore unanime del movimento, una parte del quale ha sempre remato contro. Ci hanno messo molto tempo, ma alla fine ci sono riusciti: dal 2014 non c’è più il Pride nazionale ma l’Onda Pride, composta da tanti piccoli Pride locali che hanno un documento politico in comune. Io, invece, continuo a rivendicare l’utilità dei Pride nazionali itineranti: la manifestazione nazionale poneva l’attenzione di tutto il paese su quella regione, città, realtà lì, dove magari prima non era mai stato organizzato un corteo. Si attirava l’attenzione dei media generalisti e si aveva modo di cambiare in meglio la situazione Lgbt di alcuni territori. Ad esempio, quando nel 2003 decidemmo di fare il Pride in Puglia, ci furono, prima della manifestazione, 7-8 mesi di discussione furibonda in tutta la regione, e quell’operazione ebbe una grande utilità complessiva, facendo scoccare la famosa scintilla che diede vita alla “Primavera pugliese” che portò all’elezione di Vendola a Presidente della Regione.

Oggi tutti noi andiamo al Pride locale, e non esiste più una manifestazione di riferimento che faccia da traino rispetto al progetto politico complessivo, i cui contorni non sono affatto chiari. È pur vero che con l’Onda Pride molti circoli locali hanno preso coraggio e organizzato una manifestazione in luoghi dove prima sarebbe stato impensabile, però a mio parere si fatica a vedere un spinta politica di carattere generale che dia mordente al Pride sul piano della proposta. Dopo le unioni civili non c’è più stato un rilancio su altri temi. Secondo me in questo momento dovrebbe esserci uno sforzo per individuare nuovi obiettivi comuni, che potrebbero essere il matrimonio egualitario e la riforma del diritto di famiglia, oltre ovviamente a un rilancio della proposta di legge contro l’omobitransfobia.

In ogni caso, e con qualunque formula vengano organizzati, i Pride rimangono fondamentali, perché consentono a tutte e a tutti di scendere in piazza e godersi un attimo di festa e di visibilità, oltre che di riappropriarci dei territori, che sembrano sempre e soltanto eterocratici: a parte Bologna, è difficile vedere in Italia un territorio gaio, in qualche modo caratterizzato dall’influenza della comunità Lgbt.

Pubblicato sul numero 26 de La Falla – Giugno 2017. 

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