UN AMORE PROIBITO PER MIO FIGLIO

L’India, la tradizione e l’eversione

di Francesco Colombrita

2015, Mumbai: all’alba della stagione delle piogge, una donna scatena mormorii di uno stupore diffuso consegnando ad un giornale ciò che segue, altro che quiete prima della tempesta: “Cercasi in età tra 25 e 40 anni, ben introdotto, amante degli animali, vegetariano, MARITO per mio FIGLIO (36 anni, un metro e ottanta) che lavora in una Ong. No vincoli di casta (anche se preferibile IYER)”. Annuncio che rispecchia uno schema ricorrente nelle pagine e pagine di quotidiani che si occupano della ricerca del perfetto matrimonio combinato, salvo che è il primo della storia indiana a trattare di un amore proibito. Il rampollo in cerca di marito è Harrish Iyer, un noto attivista LGBT del paese, e sua madre, Padma, la sa lunga sulle lotte del figlio per i diritti suoi e della comunità di cui fa parte. Pochi mesi prima dell’insolita inserzione la corte suprema di New Delhi aveva cancellato con un colpo di penna una sentenza del 2009 che aveva dichiarato incostituzionale un certo articolo del codice penale, il 377, che criminalizza i rapporti sessuali contro natura, con una pena che può arrivare fino ai dieci anni di carcere. Ebbene sì, salvo 5 anni di tregua, in India l’omosessualità è ancora considerata reato, anche se l’atteggiamento sociale a riguardo è spesso, almeno nelle grandi città, di silenziosa tolleranza. Per ricercare l’origine del problema non occorre, malgrado la millenaria storia dell’India, andare troppo indietro nel tempo; l’omofobia e la pruderie circa rapporti sessuali inopportuni poco hanno a che fare con la tradizione e la cultura hindu. Le dobbiamo invece a Lord Macaulay, araldo della regina Vittoria, responsabile della stesura del codice penale indiano (quello imposto dall’imperialismo coloniale britannico, ovviamente), che in poco più di un secolo è riuscito a cambiare radicalmente la percezione dell’omosessualità in India. Nei Veda (il corpus di scritti sacri all’origine dell’induismo, risalenti a circa 1500 anni prima della nascita di Cristo) non vi è traccia infatti di condanna dell’omosessualità, maschile o femminile che sia, ed anzi nella letteratura post-vedica non mancano riferimenti espliciti ad unioni di questo tipo: il deva Ayyappan nasce ad esempio dall’unione di Shiva con un avatar di Visnu; il re ed eroe Bhagiratha viene generato da due donne. Anche il kamasutra, che a differenza di quanto recepito dall’Occidente tra risatine ed imbarazzi è un testo filosofico di rilievo, dichiara, al capitolo IX, che “in tutto ciò che concerne l’amore, ognuno deve agire in accordo con i costumi del proprio paese e con le proprie inclinazioni”. Non stupirà dunque sapere che alcuni #Brahmana# (sacerdoti) abbiano celebrato unioni in pieno stile #hindu# anche tra omosessuali: rimangono ancora mosche bianche.

In questo quadro, lo sconvolgente annuncio matrimoniale giustificato ai giornalisti con le parole “mia madre è solo preoccupata che mi senta solo una volta che lei morirà”, si tinge di colori molto più politici di quanto non potesse sembrare a prima vista, soprattutto considerando l’ambivalenza del codice penale indiano che non legifera in merito al matrimonio omosessuale, permettendo ad Iyer, nei vari talk show che lo hanno visto ospite dopo la pubblicazione, di affermare che il matrimonio non è illegale, e che quindi sua madre non avrebbe fatto nulla di male. Difficile non leggere in queste vicende i prodromi del workshop a porte chiuse che si è tenuto a marzo a Mumbai, tra dieci genitori di persone LGBT e guidato da Padma, col preciso scopo di organizzare un progetto per il futuro. Che una Agedo indiana stia per nascere? Per ora questa solerte madre si limita a confessare una sua speranza: “Il mio desiderio è creare un gruppo facilmente accessibile ad altri genitori e figli che non sono ancora venuti allo scoperto. La speranza, un giorno, è che siamo in grado di costruire una casa di accoglienza per i ragazzi che sono costretti a scappare di casa. In questo modo tutti noi potremo diventare i loro genitori adottivi”.

Pubblicato sul numero 25 de La Falla – Maggio 2017

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