EDITORIALE #25 – MAGGIO 2017

di Vincenzo Branà

 

A fine febbraio in Cecenia la polizia ha fermato un ragazzo sballato: dal suo cellulare ha capito che si trattava di un ragazzo omosessuale. Proprio partendo da quel telefonino, le forze dell’ordine sono riuscite a stilare una lista di persone, a loro avviso, omosessuali. Così è partita la violenta repressione dei gay in Cecenia denunciata dai giornalisti della Novaya Gazeta. Secondo le testimonianze, un centinaio di uomini ritenuti omosessuali sono stati rinchiusi in un carcere per essere picchiati, torturati e in alcuni casi uccisi. L’insopportabile aggravante di questa vicenda non è di certo la sua eccezionalità, al contrario la corrispondenza tra questa storia e molte altre simili che incontriamo in altre parti del mondo. È stato scritto che in Cecenia sono tornati i lager di Hitler: magari fosse soltanto così. La realtà è che la persecuzione degli omosessuali è sopravvissuta non solo a Hitler (il paragrafo 175 fu abolito in Germania solo nel 1994), ma anche all’avvento delle grandi democrazie, ai colonialismi, alle missioni di pace, ai mercati uniti, alla globalizzazione. In Canada nel 1965 George Klippart fu condannato al carcere a vita perché omosessuale. La legge anti-gay fu abolita nel 1969 ma Klippart fu rilasciato solo due anni dopo. In Camerun l’omosessualità è un reato punito con il carcere: può bastare un sms per essere condannati. In Uganda la punizione per gli omosessuali arriva fino all’ergastolo: in una recente proposta di legge, per ora accantonata, si intendeva punire anche chi, pur essendo eterosessuale, non avesse denunciato gli omosessuali alle forze dell’ordine. In Iran l’omosessualità è sanzionata per legge a suon di frustate ma le associazioni internazionali hanno documentato casi di persone arrestate, torturate, giustiziate. Negli ultimi anni abbiamo anche sentito parlare delle stragi di gay in Iraq e dello squadrismo dei gruppi neonazisti russi ai danni delle persone Lgbti. Con queste violenze non servono frasi di circostanza, utili solo a far tacere la coscienza, è necessaria una vera e propria ribellione. Deve essere metodica, strategica, organizzata. Non violenta ma feroce. Non è possibile delegarla, non può essere soltanto solidarietà.

Pubblicato sul numero 25 de La Falla – Maggio 2017

 

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