GOLDEN LADY

Intervista a Maria Laura Annibali

di Irene Moretti

Immagine in evidenzaMaria Laura Annibali, romana de Roma, una passione viscerale per i cappelli e attivista LGBT. In prima linea nelle giornate romane passate in presidio in piazza delle Cinque Lune per chiedere l’approvazione della legge Cirinnà. Anni 72 e recentemente unita civilmente alla sua compagna storica Lidia. Presidente di Gay Project. L’abbiamo intervistata al TAG – Festival di cultura LGBT di Ferrara per parlare di omosessualità ed età matura.

Cos’è per lei l’attivismo? Come lo vive?
Con una fatica fisica che non avevo certo quando ho cominciato, anche se la mia attività politica non è di molti anni: ho iniziato a 57 anni, prima ero una lesbica velata. Ho ricoperto un ruolo abbastanza importante nella Commissione tributaria provinciale di Roma. Ho provato forse a far capire chi ero, ma mi sono ritirata perché ho capito che il mio rapporto con i giudici sarebbe cambiato. E non in meglio. Forse è più faticoso dal punto di vista fisico ma per il resto io starei sempre in piazza. Perché te lo voglio dire: mi manca Piazza delle Cinque Lune, mi mancano queste cose belle che abbiamo fatto. Quasi mi ero abituata a ritrovarci tutte le settimane, un periodo veramente intenso e splendido. Poi c’è stata la marcia delle donne a Roma, alla quale ho partecipato tre giorni dopo essermi sposata. C’è solo il problema dell’acciacchetto in più, ma l’entusiasmo è quello di sempre. Io e Lidia ci siamo unite civilmente ma continuerò a stare sugli spalti finché ne avrò forza, perché voglio il matrimonio, le adozioni e una legge contro l’omofobia.

12524283_962404957161552_698287618211430562_nCosa può raccontarci di quelle donne che non vogliono o non possono metterci la faccia come lei e Lidia?
Da quando abbiamo partecipato a Stato Civile abbiamo raggiunto una certa notorietà. Giorni fa è successa una cosa particolare, che mi dà la misura di quante donne hanno paura di non avere mai il mio coraggio. Una donna sulla cinquantina mi si è avvicinata ed ha chiesto “Ma lei è…?”. Ho detto sì ed è scoppiata a piangere. Lei è velata. Ha una compagna e ha paura che loro non riusciranno mai a fare il passo che io e Lidia abbiamo fatto, anche se lo vorrebbe. Per noi donne serve un coraggio particolare nel metterci la faccia.

Arrivata in età matura, per una donna, quali sono i modi e le occasioni per conoscere altre donne, per socializzare e confrontarsi?
So che voi giovani avete quelle specie di liste [le app, ndr] che a dir la verità a me non piacciono molto, ma non metto censure. A Roma per esempio c’è la Casa Internazionale delle Donne, in parte in mano alle separatiste. Organizzano incontri, teatro, balli e solo per donne: è un posto protetto dove puoi incontrare persone senza temere ritorsioni. Le manifestazioni, io direi di andarci sempre: a Roma ancora ci chiamiamo “lelle”, ancora non abbiamo il coraggio di chiamarci lesbiche. Nella mia associazione organizziamo una volta al mese incontri culturali. E mi auguro che là possano incontrarsi donne come abbiamo fatto io e Lidia. Lo stesso discorso vale per il Gay Village. Io e Lidia ci siamo incontrate là, quindici anni fa.

12745747_962396063829108_7888999498501321415_nCome vive l’affettività in pubblico?
In televisione io e Lidia ci siamo baciate diverse volte, ma baci d’angeli, castissimi. Mi bacio con Lidia solo in posti nostri, sempre baci di affettività. Lei è più riservata e io non ho mai voluto forzare questa sua ritrosia. Una donna mi ha scritto su Facebook che vedendo i nostri baci in tv le è venuto da vomitare. Mi dispiace ancora di più perché a scriverlo è stata una donna. C’è una cosa che voglio ribadire, perché penso possa avere un valore aggiunto nelle nostre lotte: invece di parlare di omosessualità, perché non iniziamo a parlare di omoaffettività? Il significato è lo stesso, ma ha una valenza più poetica. Non intendo cancellare la parola “omosessualità” dal nostro vocabolario, solo affiancarle “omoaffettività”. Io stessa la utilizzerò per parlare di me e Lidia, e quando ci daremo un bacetto, magari anche per la strada, faremo sì che sia un simbolo rivoluzionario di omoaffettività.

Foto: Irene Moretti
Pubblicato sul numero 24 de La Falla – Aprile 2017

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