CHECK YOUR PRIVILEGE!

di Irene Pasini

Check your privilege, espressione molto usata nelle discussioni su tematiche riguardanti giustizia sociale, diritti e discriminazioni, è una richiesta molto potente e piena di significati… ma cosa vuol dire davvero? Se siete mai stati invitati a “controllare i vostri privilegi”, probabilmente vi sarete arrabbiati o per lo meno offesi; la vostra vita, in fondo, non vi è mai sembrata davvero così facile; e magari avete anche ragione sul fatto che di privilegi non ne abbiate visti poi tanti. Dunque che si cela dietro questo invito?

Quando qualcuno ci chiede di controllare i nostri privilegi desidera indurci a riflettere sui modi in cui il nostro status sociale, da solo, potrebbe averci attribuito dei vantaggi, questi ultimi da considerarsi di per sé o, talvolta, addirittura in relazione ad altri individui. Che lo si voglia o no, certe persone dispongono di condizioni più o meno favorevoli in una società che porta in seno molti pregiudizi su tanti livelli differenti: ciò ha una grossa influenza su come veniamo trattati, stimolati, seguiti, aiutati. Siccome spesso riscontriamo l’esistenza di tale dinamica anche all’interno delle nostre leggi e istituzioni, il risultato è che la gente finisce col ricavarne vantaggi e svantaggi derivanti dall’intersezione delle variabili sociali con caratteristiche come la disabilità, la razza, la sessualità, il genere o la classe. Chiedere di riflettere sui privilegi non vuole certo essere né un insulto, né tanto meno un’affermazione totalizzante sulla persona e i suoi molteplici aspetti identitari. Innanzitutto, i privilegi di cui si sta parlando non sono stati richiesti direttamente dalla persona in questione, che con alta probabilità non sarà nemmeno contenta o tanto meno soddisfatta di vivere in una società non equa. In genere l’istanza deriva dal semplice bisogno di far empatizzare con chi si sente “svantaggiato” e con le sue difficoltà. Inoltre, avere determinati privilegi non vuol dire non possedere anche degli svantaggi in altri ambiti: magari non ci sono stati problemi riguardanti la condizione economica, ma ce ne sono stati per l’appartenenza religiosa; forse non si è dovuto lottare per il colore della pelle, ma ci si è ritrovati senza lavoro in quanto persone transessuali. Riconoscere che esistono certe difficoltà che non condividiamo non rende meno valide quelle che invece abbiamo incontrato.

Per arrivare quindi ad un’analisi corretta dei propri privilegi bisognerà riflettere su quali cose vengono date per scontate in quanto membri di un determinato gruppo e quanto sono differenti le esperienze di vita di chi invece appartiene al gruppo svantaggiato. Per esempio, qualcuno potrebbe crescere in una famiglia benestante e non aver mai dovuto lavorare mentre andava a scuola o all’università; qualcun altro invece, con più difficoltà finanziarie, ha magari dovuto pagarsi gli studi ritrovandosi ad avere meno tempo o addirittura meno motivazione per lo studio stesso. Nella dimensione delle multiple discriminazioni, privilegi e svantaggi prendono una forma nuova e ottengono un ruolo chiave nel discorso: chi si ritrova con un numero maggiore di disparità, e quindi con più aspetti identitari soggetti a pregiudizi, avrà di conseguenza un numero di svantaggi più alto rispetto agli altri. È da qui infatti che ha origine l’ottica intersezionale, nata dalla lotta femminista delle donne di colore e abbracciata dall’attuale movimento LGBT: alcuni svantaggi, invero, nascono e vengono fomentati da particolari caratteristiche sommate che, al contrario, singolarmente non troverebbero ostacoli del medesimo tipo. Discriminazioni che in alcuni casi colpiscono le ragazze lesbiche potrebbero non toccare minimamente le altre donne né tantomeno gli omosessuali uomini; o, ancora, le persone transessuali di colore potrebbero affrontare lotte in cui le persone trans caucasiche e quelle cisgender afroamericane non sarebbero mai coinvolte.

Al netto di tutto questo, a maggior ragione in una lotta politica come quella LGBT che fa delle differenze e dell’inclusione le proprie bandiere, non è pensabile una deriva di battaglie inique e parziali, fatte solo per una maggioranza più visibile e maggiormente accettata dalla società. Ed è proprio in quest’ottica che l’invito Check your privilege assume un’importanza fondamentale nella consapevolezza delle discriminazioni attorno a noi soprattutto per il movimento queer, sia nella scelta politica delle lotte da abbracciare assieme a quelle riguardanti l’orientamento e l’identità di genere, sia nel rifiuto di omonormatività e atti di pinkwashing che tendono a dimenticarsi di coloro che si vedono non rappresentati e non tutelati nella loro stessa comunità.

Pubblicato sul numero 22 de La Falla – febbraio 2017

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