INTERVISTA A DAVIDE PIGHIN

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di Carmen Cucci

 

Davide Pighin, classe 1990, friulano, mascella greca, movimenti da elfo dei boschi. Il primo disegno risale all’asilo, come quelli di tutti, solo che lui poi non ha più smesso. Diplomato alla scuola di Comics a Padova e laureato in Lingue ad Udine, attualmente studia Linguaggi del Fumetto all’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Al digitale preferisce l’analogico, la carta e sporcarsi le dita con i suoi acquerelli.

 

La tua illustrazione sulla Falla di questo mese ci parla dell’omocausto: c’è qualcosa in particolare che ti ha colpito nelle tue ricerche?

Mi ha stupito molto che ci fosse, oltre alla presenza del triangolo rosa per i gay, un triangolo nero assegnato alle donne, legato alla loro condizione di persone asociali, e che rispecchiava l’inutilità della loro figura per la prosecuzione della razza ariana. Così mi è venuta l’idea di disegnare queste due coppie che si tengono per mano, simbolo sia di un sentimento reciproco che di un senso di comunità, stigmatizzate nei loro genitali, nell’uso che si fa e si decide di fare del proprio corpo. La cornice fatta di filo spinato tende ad ingabbiare questi corpi che, pur essendo due figure grafiche e spersonalizzate, con un semplice gesto fanno riecheggiare la speranza e ri-donano serenità al contesto.

Mi affascina molto il tuo modo di rappresentare i corpi, soprattutto quelli nudi, non a figura intera ma cogliendone solo alcuni aspetti.

Sì, è una concentrazione manieristica sui particolari: l’erotismo odierno, zoomato all’estremo, permette di focalizzarsi molto sui dettagli, anche su quelli che possono apparire brutti ed insignificanti. Ma è di questi ultimi che ci si innamora, no?

Quanto il tuo essere omosessuale influenza questo tipo d’illustrazione?

Domanda complicata. Trattando un tema del genere mi viene naturale provare empatia, ma questo non vuol dire che qualsiasi altra persona, a prescindere dal suo orientamento, non vi si possa immedesimare: anzi, lo scopo sarebbe quello di utilizzare l’illustrazione come un mezzo comunicativo universale, che l’oggetto sia il razzismo, l’olocausto in generale o l’omofobia. La mia è di certo una posizione avvantaggiata per esprimere un tipo d’angoscia che mi appartiene e mi tocca direttamente, ma il pericolo di un’eventuale negazione della libera espressione della sessualità o dell’autonomo utilizzo del proprio corpo non riguarda solo me.                       

Quanto pensi sia importante il ricordo in un momento come questo, tra Brexit, Trump e forti spinte ultranazionalistiche?

Penso che il tutto si debba focalizzare sul risveglio delle coscienze, sul far capire l’importanza di certi temi a gente che non ha voglia di interessarsi. Comunicare ciò attraverso le immagini è difficile, c’è un’educazione all’illustrazione che manca.

La domanda canonica sarebbe “quanto ce l’hai lungo” ma a te vorrei chiedere: quanto pensi di avercelo lungo?

Le ultime misure le ho prese da adolescente. Su Romeo però, per evitare presunzione o bassa autostima, ho scritto M: così non deludo nessuno e non do false aspettative.

 

Pubblicato sul numero 21 de La Falla – gennaio 2016

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