GLI OCCHI DI LINDA EVANS

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di Giancarlo Furfaro

Sulla fama di Rock Hudson sembra essersi depositato nel corso degli ultimi trent’anni uno spesso strato di polvere, ma anche prima non si può dire che la sua fosse una stella di prima grandezza. Il Gigante, nella fantasia del grande pubblico, è sempre stato James Dean: chi muore giovane è caro agli dei e (anche se non può completare le riprese perché si è schiantato ad un incrocio con la sua Porsche e deve essere sostituito da una controfigura) assurgerà ad un olimpo che nemmeno un bel volto, un fisico statuario e una recitazione accettabile possono garantire. Perfino in quel medioevo televisivo che qui in Italia è stato il periodo compreso tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80, Rock Hudson era sì un volto familiare, ma anche una figura marginale, priva dell’allure con cui vengono tuttora percepiti altri divi. Era il bel bisteccone cui sarebbe sempre mancata la classe di Cary Grant o l’aura canagliesca di Clark Gable, talmente aderente al ruolo di marito ideale che ancora vent’anni fa poteva capitare di uscire con qualche ragazzo che, eliminando ogni possibilità di scopata, ti prospettava un futuro fatto di cespugli di rose e uccellini cinguettanti “proprio come nei film di Rock Hudson e Doris Day”. Malgrado legioni di madri si ostinassero a non cambiare canale di fronte all’ennesimo passaggio sulle tv minori dei suoi mélo o delle sue commedie, l’aria rassicurante di questo bellone vitaminico non faceva più vibrare l’immaginario del pubblico da svariate generazioni. La svolta – che definire fatale non è eccessivo – arriva con gli anni ‘80. Il decennio inizia in sordina ma incede deciso – mettendo a punto la macchina dei telefilm che riciclano vecchie star bollite e ne creano di nuove e più effimere – fino ad arrivare al suo cuore nero, quel biennio 1984-1985, culmine di serie e miniserie, che vede l’ingresso di Rock nel cast di Dynasty e contemporaneamente la prima diffusione di notizie sull’AIDS, presentato senza mezzi termini come la nuova peste di omosessuali e tossicodipendenti. Dynasty, che è una specie di Dallas più raffinata e meno bovara (al punto da annoverare tra i personaggi anche un gay dichiarato), dovrebbe traghettare Rock verso una nuova notorietà: fotografa invece il collassare della sua stella in un buco nero che mette il mondo faccia a faccia con l’AIDS. Va a puttane il lavoro decennale degli studios, che avevano offerto alle testate scandalistiche denaro e rivelazioni su altre stelle minori in cambio del silenzio sui party dell’attore affollati di giovani biondi dagli occhi blu ed erano arrivati a costringerlo ad un traballante matrimonio di copertura. Hudson non confesserà mai di essere gay (all’outing ci penserà l’Armistead Maupin de I racconti di San Francisco, rivelando anche quanto fosse imbarazzante sgattaiolare da casa sua per non incrociare Liz Taylor che arrivava per il bridge), ma è la prima celebrità ad ammettere pubblicamente di avere l’AIDS. D’un colpo “la peste esclusiva di una minoranza” diventa qualcosa che può riguardare anche altri: Linda Evans, per esempio. Sul set di Dynasty le unghiate e le tortorate di Joan Collins non sono più il suo problema principale. È il bacio con Rock a terrorizzarla. L’espressione disperata della bionda Krystle, convinta d’aver corso un rischio mortale per esigenze di copione, fa il giro dei rotocalchi mondiali riassumendo l’ignoranza dell’epoca più di un intero ospedale parigino che si svuota alla notizia del ricovero di Hudson, più di questo povero cristo costretto a prenotare tutti i posti di un aereo perché nessuna compagnia lo vuole a bordo con altri passeggeri, più dei coniugi Reagan che – non paghi di aver tagliato fondi alla ricerca – gli negano l’accesso ad un ospedale militare francese dove si sperimenta un nuovo farmaco, pur di non essere accusati di favorire un amico. Ci vorranno anni di corretta informazione e di attivismo, e il carisma di una principessa, per uscire dalle tenebre del pregiudizio condensate nel volto atterrito di Linda Evans.

Pubblicato sul numero 20 de La Falla – dicembre 2016

 

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