T-DAYS: Zona di possibilità

di Mizia Ciulini

“Papi, è un ragazzo o una ragazza?”. Luca Fontana, drammaturgo e traduttore, forse non avrebbe avuto dubbi, rispondendo a mia figlia, a puntare il dito verso il “mostro medico chirurgico”. Al maschile, ovvio, il transessuale.

Rispetto all’estero che dà diversi segni concreti di progressiva civilizzazione sulle questioni di identità di genere, in Italia questo tema continua a rimanere relegato spesso nella più becera trivialità.

Quanto trasmesso a In Onda su La7 il 3 settembre è l’ennesima riprova. Già il parlarne è generosa concessione a dignità di argomento. Il titolo, “Questo matrimonio (gay) s’ha da fare”, poteva essere un lodevole spunto di approfondimento ma il parterre degli ospiti, senza contraddittorio, palesava la credibilità della situazione. D’altronde anche la scarsa eco mediatica del fatto è significativa, nonostante l’immediata mobilitazione della lobby dei mostri.

Trivialità ormai obsoleta; a nulla vale l’eloquio forbito di Fontana, quasi a richiamare, in una delle varie lingue che conosce, una semantica particolare del termine checca. Eppure c’erano vari motivi di interesse nel suo intervento perché il professore, tuttora docente di Scienze e tecniche del teatro all’Università IUAV (VE), ha indubbie capacità argomentative e una visione obliqua e pungente del mondo comunque interessante (www.ifioridelmale.it/autori/luca-fontana).

Anche il suo ultimo libro, Sodoma rivisitata. Sillabario di cattivi pensieri, educata e sfumatissima marchetta nella trasmissione incriminata, è in buona compagnia nella categoria “Studi su gay e lesbiche” di Unilibro. Il rispetto per l’esperienza farebbe trattenere l’immediatezza della domanda: ma caro professore, anche alla luce del suo “ho poco sofferto dell’esclusione e delle vessazioni che mi sono state inflitte per le mie passioni erotiche e affettive…”, non pensa che guardare con luce diversa qualche cosa che forse ha fin troppo interiorizzato le farebbe vedere meno mostri? Per di più con l’aiuto del suo fortunato ateismo.

Potrebbe suggerirle che la checcaggine come fenomeno da spiegare sia, in realtà, un problema del cazzo perché un maschio con “comportamenti femminei” e che trova realizzazione, o semplice qualità di vita, a fare il playback di Marlene Dietrich o Carmen Miranda è semplicemente una “serissima persona”, proprio come lei che ha detto che risponderebbe così se le chiedessero se fosse gay. Come gay sarebbe meno serio?

Potrebbe suggerirle un diverso orizzonte temporale perché le checche, come le chiama lei, non sono rimaste ferme, come dice lei, ma sono andate avanti, proprio come le donne e oggi ce ne sono tantissime che fanno il playback di Madonna, Rihanna o Beyoncé, con tanti saluti anche quelle che vivevano nella favola della Carrà. Sì, un po’ lontane dalla Traviata ma dal suo blog si evince che lo Zeitgeist non le sia estraneo.

Eppure, caro Professore, devo darle in parte ragione. Se come persona trans* le assicuro che non sono né checca né, tanto meno, “l’approdo estremo della checcaggine”, mostro invece sì, lo sono. Perché di questi tempi il mio viso è spesso segnato pesantemente da quegli interventi che decidi di praticare per realizzarti come persona e che non puoi nascondere, se non tumulandoti in casa; gli stessi segni che martoriavano il viso di quella ragazza che non passò inosservata a mia figlia e che lei avrebbe indicato, forse, come mostro.

I segni che derivano da una cosa che si chiama autodeterminazione, proprio quella delle comunità di neri e donne americane alle quali ha riconosciuto “forte matrice identitaria nelle loro rivendicazioni politiche”.

L’autodeterminazione che mi (ci) permette di non aver bisogno né di lei né del suo trincerarsi dietro la “simpaticissima femminista” Germaine Greer per sapere che qualunque cosa faccia con/sul mio (nostro) corpo non sarò mai una donna genetica (non poniamo limiti alla Scienza) ma una favolosa Zona di possibilità. Sempre.

Alla fine, much ado about nothing.

Pubblicato sul numero 18 de La Falla – ottobre 2016

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