La lettera scarlatta del bullismo omo-transfobico

di Dario Accolla

Immagina di vivere come su un palcoscenico. Centinaia di occhi addosso, ogni giorno. Sempre gli stessi sguardi, lo stesso copione: tu sei il protagonista, poi arriva il cattivo di turno, il più delle volte accompagnato dai suoi scagnozzi. Le solite battute, il pubblico ride. A differenza di quanto accade a teatro, però, tu non sei un attore, ma un adolescente e il cattivo è un tuo compagno di classe. Le gag non sono nate dalla fantasia dell’autore, ma dal pregiudizio. E, cosa forse più dolorosa, il pubblico – i tuoi compagni, i tuoi ‘amici’ – ride di te. Di ciò che, ai loro occhi, rappresenti. Ciò che è contrario alla normalità e perciò va isolato e deriso. Il frocio della situazione, insomma. Il bullismo omofobico comincia così.

C’è una rappresentazione quotidiana della violenza contro l’individuo ritenuto fuori norma. Sia ben chiaro, tale dinamica non è riservata solo agli/alle adolescenti omosessuali. Anche altre categorie subiscono lo stesso trattamento: il bullo, aiutato dalla sua cerchia, identifica e isola la vittima (l’obeso, la ragazza insicura, rom, migranti, ecc). Tutti, indistintamente, vengono presi di mira di fronte a una platea. Pare che ciò dia una sorta di giustificazione morale al persecutore: se gli altri ridono, vuol dire che è giusto. E ciò avviene in modo sistematico e continuo. Perché il bullismo non è soltanto un dispetto, una cosa tra ragazzi. È una costruzione della diversità, da rappresentare con connotati mostruosi e disumanizzanti.

Eppure c’è una differenza tra le altre forme di bullismo è quella a sfondo omofobico. Duplice. Innanzitutto, contrariamente a quanto avviene per le altre forme d’odio contro una minoranza, censurate o comunque considerate come inaccettabili sul piano della morale collettiva, nel caso dell’omosessualità c’è ancora una forte resistenza sociale a considerare aberrante una certa condotta di pensiero. In altri termini: viviamo in una società che reputa inaccettabile (almeno a parole) il razzismo, l’antisemitismo, le discriminazioni contro le donne, ecc. In certi ambienti, invece, le affermazioni contro le persone LGBT sono considerate una forma di libertà di pensiero.

In secondo luogo: se un ragazzo cinese viene discriminato per i suoi occhi a mandorla o se una bambina nigeriana è presa in giro per il colore della sua pelle, tornando a casa – e quindi fuori dal contesto in cui si subisce l’irrisione – si troverà in un ambiente in cui i propri genitori avranno, rispettivamente, gli occhi della stessa forma e la pelle scura. Si tornerà in una dimensione in cui c’è il riconoscimento della propria identità. Per moltissimi giovani gay, lesbiche e trans non è mai così. Le prendi a scuola e, non di rado, c’è il rischio di prenderle anche a casa.

E poi c’è anche il web: Facebook, Ask.com, gli spotted. Il fenomeno del cyberbullismo è in grande espansione e ha conseguenze sempre devastanti per la vita dell’adolescente perché, contrariamente alle angherie più tradizionali, esso non finisce nel momento in cui si abbandona l’aula. La persecuzione online ti può raggiungere in ogni momento e anche se spegni il telefonino o il computer, può raggiungere il resto del (tuo) mondo. E non solo. Il web permette una riproducibilità del fenomeno praticamente illimitata. Basta prelevare un’immagine dai social network, accompagnarla da un insulto e quel che ne verrà fuori potrà essere salvato e condiviso un numero infinito di volte.

Ci si dovrebbe chiedere, a questo punto, cosa fa il mondo dei grandi per porre un freno al fenomeno o per risolvere il problema. Purtroppo, molto spesso, la questione è sottovalutata proprio da quelle istituzioni che dovrebbero vigilare, scuola in primis. Non è raro che i docenti fingano di non vedere. Il caso del “ragazzo con i pantaloni rosa” è stato emblematico, come si può riscontrare dal racconto dei genitori di Andrea, suicidatosi perché ritenuto omosessuale. Pare che ci fossero troppe scritte nei bagni, poi miracolosamente rimosse a tragedia avvenuta. E mentre si consuma certa violenza, cosa può pensare un adolescente (gay o meno) di un popolo di adulti che lascia fare? La scuola non svolge il suo ruolo di agenzia educativa, quando tollera questi estremi. In un certo senso, anzi, diventa complice.

Varie sono le forme con cui i soprusi si concretizzano. Semplici battutine, risate gratuite, sussurri malevoli fino agli atti fisici contro la persona: si ruba la merenda, si sottrae il cellulare, si arriva agli spintoni, alle percosse. Sempre con qualcuno di fronte che possa assistere, che possa avallare – con il suo sguardo – il senso di quelle prepotenze che assumono in tal modo significato e ragion d’essere. Il linguaggio, poi, è la forma più pervasiva di violenza contro le persone LGBT. La parola “frocio” sembra essere l’insulto più in voga tra le giovani generazioni. Il gay, presunto o reale, viene spesso definito al femminile. C’è uno sminuimento identitario, a ben vedere, in tale processo. Gay equivale a maschio a virilità ridotta. E se il contrario dell’essere maschio è l’essere femmina, quanto meno uomo sarai tanto più ti avvicinerai al sesso opposto. E nella nostra cultura l’“essere donna”, a quanto pare, è ancora motivo di demerito. Ciò dimostra, per altro, come sessismo e omofobia siano due facce della stessa medaglia.

Le conseguenze sono terribili. Il suicidio di Andrea è uno dei più celebri, ma purtroppo non l’unico. Nel 2006 fu la volta di Matteo di Torino. Sedici anni. Gli dicevano che era “come Jonathan del Grande Fratello”, un concorrente molto estroso, effeminato, che non aveva problemi a dichiararsi bisessuale. Fino a quando non ce l’ha fatta, Matteo, e si è lanciato dal balcone di casa sua. La mamma del ragazzo ha dichiarato di non sapere se suo figlio fosse realmente gay o meno. Sa solo che glielo hanno ammazzato. Con le parole, in questo caso. E il suicidio non è l’unica forma di distruzione di sé. Ci sono anche i problemi alimentari, l’autoisolamento, lo scarso rendimento a scuola, infliggersi ferite… troppa violenza, permessa da un sistema sociale che finge di non vedere.

Credo sia importante, infine, soffermarsi su un elemento della questione: di Matteo o di Andrea non si hanno prove che fossero gay. I genitori di quest’ultimo, che non hanno problemi con l’omosessualità, dicono che fosse eterosessuale. Non possiamo che credergli. Se tutto questo è vero, il bullismo omofobico non si configura solo come problema di una minoranza, ma assume una dimensione sociale e collettiva. Certe forme di persecuzione non hanno più vittime in un gruppo ristretto, ma rischiano di colpire praticamente chiunque venga sospettato di avere un orientamento sessuale “fuori norma”. Una lettera scarlatta che può depositarsi sulla vita di migliaia di adolescenti, fino a distruggerla. E questo non dimostra solo l’assurdità del fenomeno, ma ci pone di fronte ad un interrogativo che esige risposte certe e inequivocabili: siamo sicuri/e di volere un sistema sociale che mette in pericolo le giovani generazioni?

 

Pubblicato sul numero 15 de La Falla – maggio 2016

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