T-DAYS: IL CUORE

di Mizia

Perché siamo più figh*? Perché siamo alternativ*? Perché, siamo radical chic?

Diamanda Gàlas ha sparigliato le carte come al solito, ammantata in una scenografia scarna ed elegante, quasi nel dubbio di un simbolismo volutamente lasciato al caso o esplicito nel richiamare la bassezza alla quale può scendere l’essere (in)umano e la risalita della redenzione.

Due semplici scale lasciate lì in penombra, sulle quali sì è srotolata la nudità delle quattro ottave della sua voce e del solo pianoforte, a palesare ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’appartenenza a un’altra dimensione espressiva.

Vederla sinceramente emozionata per l’accoglienza tributatale dall’Auditorium Manzoni è stato, a sua volta, abbastanza emozionante. Quanto il suo battersi forte, rabbioso quasi, a scaricare l’impossibilità di articolare una piccola risposta in una lingua non padroneggiata nell’uso quotidiano ma fatta propria nel recitato o cantato.

“Il cuore!”. Colpirsi proprio lì per ringraziare. Colpirsi dove è andata a colpire con il recital portato in scena.

Per una volta la Serpenta ha tenuto legato il demone della performer e ha recuperato la semplicità di un termine ormai desueto. Un recital di versi, con un razionale tematico doloroso e di dannazione, da sempre sua area di interesse e sensibilità, se non di militanza, eppure mai ripetitivo o fine a se stesso.

Un recital, certo non di proposte mainstream per quanto, magari, sull’impegnato ma una scaletta di versi proposta con il magnetismo e la capacità affabulatoria della chansonnier diabolica. Vi aspettate la devastazione sonora con la voce a rassicurare le anime devote dell’estetica Gàlas? E lei invece si presenta con un’apertura a cappella che annichilisce per perfezione formale e purezza cristallina della voce.

Soprattutto la potenza di questo gioiello, che non è mai “vulgar display of power” ma magistero esoterico che cesella lirismi spericolati e diplofonie su vassoi d’argento salvo poi trascinarti in un paio di battute, e senza che te ne renda conto, in un rassegnato tre quarti, pesante e cupo come il growling ante litteram della voce, tra un Tom Waits d’annata e un Max Cavalera maestro di Sepultura.

E quando la tua resistenza emotiva è straziata, il tuo trucco waterproof si diluisce attonito nello Stige delle lacrime che ti segnano, eccola che ti prende per mano e ti canta la musica di sofferenza e redenzione per definizione, ti riporta nei tempi pari del blues, dilatato e rigirato che quasi non ti accorgi che la progressione armonica è pur sempre quella dannatissima e fottutissima I-IV-V.

Non fai in tempo a riposizionarti che lenta e inesorabile riprende a scavarti dentro, a risucchiarti nell’ipnosi di frammenti armonici sospesi, echi d’oriente e la voce inquietante che ti ricorda che la sacerdotessa è comunque sempre lei e non ti puoi perdere nelle risonanze della cordiera del pianoforte, innescate con esoterica sapienza.

Eppure c’è dolcezza in questo senso di dolore e sofferenza. Di tragedia. C’è il dolore dei forti e dei giusti. Piegati, vilipesi, violentati e annullati, fisicamente o meno, ma c’è dolcezza, non svenevole buonismo ma la dolcezza di chi soffre e vive con il Cuore. Come molte di noi, persone LGBT.

Forse è anche per questo che la Serpenta ha un posto nel nostro cuore, indipendentemente dalla sua incazzatura con dio per non averla fatta lesbica.

 

Pubblicato sul numero 14 de La Falla – aprile 2016

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...