FIORI D’ARANCIDO

di Andrea Cioschi

La primavera incalza col suo avvolgente tepore – primi caldi raggi di sole, cieli limpidi e prati gonfi di esuberanti fioriture. Colorisaporiafroriamori. E quanta gioia ci dona la neobeatificata Santa Monica Cirinnà! L’approvazione – parziale! – del decreto legge che porta il suo nome sta per combinarsi con la stagionale tempesta di ormoni. Una reazione esplosiva.

Un’onda anomala di energie, nuove pratiche e idee, fantasiose e innovative modalità di aggregazione, relazione e lotta politica sta per abbattersi irrimediabilmente sulle frocie italiane. Si prevede l’irruzione violenta di un immaginario inedito, spregiudicato, che con l’irriverenza che da sempre ci contraddistingue è pronto a mettere in crisi qualunque convenzione o dogma sociale. Sarà un tempo stupendo, un’epoca di irrefrenabile liberazione collettiva e sessuale, i primi vagiti di un mondo veramente nuovo: la terra promessa di noi diverse è all’orizzonte e il paradiso non deve più attendere, lo abbiamo già trovato noi!

Una ricognizione sui principali tratti della rivoluzione che le frocie moderne andranno a realizzare nei prossimi mesi, in ordine rigoroso: “Mi vuoi sposare?”, “Non vedevo l’ora che me lo chiedessi, amore!”, data delle nozze, luogo della cerimonia, scelta dell’abito, scelta dell’altro abito, liste di nozze, degli invitati, dei testimoni, luogo del rinfresco, menù, fotografo, noleggio dell’auto, bomboniere, partecipazioni, viaggio di nozze, parrucchiere, accessori, fedi, “Hanno confermato gli invitati?”, posti a tavola, festa sul luogo di lavoro con brindisi e selfie, selfie, hashtag, selfie e ancora selfie.

Rivoluzionario, eh? I social network pullulano già di post preparatori sulle bacheche delle coppie frocie italiane. È bastato uno straccio-di-legge-con-stralcio per accendere questa gran voglia di nozze e tuffarsi con rinnovato entusiasmo nella ritualità più banale, vetusta e scontata della società eteronormativa: il matrimonio. Il problema è che nessuno vi sposerà, care amiche, quel che potrete fare nella migliore delle ipotesi è mettere una firma su un atto di “unione civile” e non si sa nemmeno se e quando. Non è una differenza solo simbolica. Mi si dirà: “Ma anche le coppie etero si sposano in Comune e lo fanno proprio così!”. Certo, per loro infatti si tratta di un matrimonio, di nome e di fatto, che sia anche religioso è irrilevante. A noi frocette è concessa solo una firma su un foglio che ci ricorda che siamo qualcosadimeno, vogliamo gioire dell’inferiorità? Non riconoscerlo è grave. Si rischia di attribuire un valore smisurato a un momento che non ce l’ha, quando c’è proprio scritto a chiare lettere in quella legge.

Per carità, ognuno è libero di scegliere la pillola rossa o la pillola blu, vivere in un fantastico mondo incantato che non esiste o guardare in faccia la realtà, compresa la sua merda. L’importante è saperlo: con una pillola quel giorno avrete in mano un profumato bouquet, con l’altra saremo invece consapevoli che si tratta solo di un mazzolino scarno di fiori d’arancido. Meglio non annusare.

 

Pubblicato sul numero 14 de La Falla – aprile 2016

 

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