FALLAZIO – LA PRESA DELLA BASTIGLIA

di Nicola Riva

Sono diverse le ragioni per non essere troppo entusiasti dell’approvazione della legge sulle unioni civili che si prospetta all’orizzonte. Una di queste è che saremo condannati a sorbirci ancora per molto tempo – almeno finché saremo esclusi dalla roccaforte del matrimonio – la retorica stucchevole dell’eguaglianza degli amori omosessuali, della loro “normalità”. Già, perché si poteva (idealmente) combattere una battaglia nel nome della parità di fronte alle legge o nel nome degli interessi reali che hanno bisogno urgente d’essere tutelati, e invece no: si è scelto di puntare tutto sull’eguaglianza delle nostre relazioni affettive. Mentre fuori dall’Italia il simbolo della lotta per il matrimonio egalitario è quello dell’eguale (=) inserito in un quadrato, noi abbiamo sentito il bisogno di inserire quel simbolo in un bel cuoricino. Viene da pensare che chi ha guidato la campagna abbia più familiarità con Moccia che con Mario Mieli. Manca solamente il lucchetto.
Sia chiaro, il fatto che si sia adottata la bandiera dell’eguale amore non mi sorprende. Nel combattere per il matrimonio egalitario viene spontaneo farlo. Dopotutto, l’idea che lega matrimonio e amore è così radicata da resistere alla prova dei fatti. Ed ecco che quello che un’altra generazione di omosessuali avrebbe considerato un istituto liberticida, viene evocato oggi nel nome della libertà d’amare. L’idea è che, finché le nostre relazioni affettive non potranno ottenere l’approvazione dell’autorità pubblica, non avranno il sigillo del vero amore. Il matrimonio (l’unione civile?) come massima espressione dell’amore: non suonasse così ridicolo, così antiquato da fare tenerezza, sarebbe rivoltante. Ma ammettiamo pure si tratti di una grande operazione di marketing e che la bandiera adottata sia la bandiera vincente. Il problema è che, a forza di predicare la normalità degli amori omosessuali, a forza di considerarla la chiave d’accesso ai diritti, si rischia di arrivare a ritenere quella normalità apprezzabile e desiderabile.
Una volta che avremo ceduto del tutto all’imperativo assimilazionista, una volta che avremo barattato la nostra diversità (ciò di cui eravamo orgogliosi, prima che l’LGBT Pride divenisse uno “Human” Pride), professato la nostra normalità, giurato fedeltà ai valori dominanti (in primis a quello della fedeltà), in cambio di un riconoscimento di serie B, cosa ne sarà degli amori diversi, di quelli che resistono alla pressione all’omologazione? Faremo (farete) pagare a loro il prezzo di tutte le nostre (vostre) rinunce? La quantità di omofobia che molti di noi (voi) sono stati in grado di riversare sull’ex presidente del Circolo Mario Mieli, per ciò che (poco) indossava in occasione della manifestazione del 5 marzo è un indicatore allarmante di ciò che ci aspetta. Quando avremo conquistato il nostro spazio all’interno della gabbia – uno spazio separato, per ridurre il rischio di contaminazione –, che fine farà la nostra libertà di amare fuori dagli schemi?
Quella della nostra “normalità” assomiglia sempre più a una profezia destinata ad auto-avverarsi. Quando la lotta per l’eguaglianza sconfina, dal terreno della libertà e delle risorse, a quello dell’identità, quando si attribuisce allo Stato e alla legge il potere di stabilire il valore delle nostre esistenze e delle nostre relazioni, aumenta il rischio di ritrovarsi meno liberi. Meno liberi di essere se stessi, di sottrarsi ai modelli imposti, di amare come si vuole. Si dirà che nessuno verrà forzato a sposarsi. È vero. Proprio come oggi nessuno è forzato ad avere relazioni eterosessuali. Significa forse che non vi siano pressioni ad amare nelle forme approvate dalla maggioranza? Dovremmo ribellarci alla sola idea che il valore delle nostre vite possa dipendere dalla misura in cui esse sono eguali a quelle degli altri. Nell’arco di cinquant’anni siamo passati dal libero amore all’eguale amore. Cosa otterremo in cambio? Poco più di un patto di solidarietà tra coinquilini. Liberté, Egalité, Fraternité: una vera presa della Bastiglia!

 

Pubblicato sul numero 14 de La Falla – aprile 2016

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