INTERVISTA A VALERIA BERTOLINI

di Antonia Cassoli

Classe 1988, marchigiana mimetizzata tra bolognesi, non si contano le esposizioni e gli interventi sparpagliati in tutta la città. Mentre termina la specialistica all’Accademia di Belle Arti scrive, disegna, stampa, costruisce, dipinge su qualsiasi cosa le capiti sotto mano. Senza mai lasciare nulla al caso.

[Alla prima domanda so già di metterla in difficoltà] Valeria, come ti definisci?

Diciamo che negli anni ho più o meno capito quello che non sono.

Non sono un’illustratrice, se per illustrazione si intende “multiplo ottenuto tramite la riproduzione a stampa di un artefatto di natura grafico-pittorica commissionato dall’industria editoriale”. Però potrei esserlo se si intendesse mettere in luce come un raggio luminoso che “tasta” il raffigurabile e manifesta quella parte di pensiero che non può essere espressa con le parole. Se l’illustratore disegna ciò che vuole o può vedere allora sì, sono illustratrice.

Nei tuoi lavori le persone sono sempre bambini e bambine. Come mai?

La tragedia dell’infanzia è il mio totem. La radice del male si trova da quelle parti e la cercherò finché non avrò sbrogliato la matassa. Mi piacciono perché rappresentano la dipendenza; la loro unica arma è fare tenerezza a un adulto, perché si prenda cura di lui, e la natura li/le ha dotati/e di una forma adatta a suscitare questo sentimento. Ma al tempo stesso sono anche l’indipendenza, il pensiero selvaggio ancora incontaminato e anarchico.

In una serie di disegni ispirata da S-family way gli individui sono animali e compaiono sempre i piccoli (cuccioli o bambini). I figli sono la condizione imprescindibile perché un nucleo sia considerato famiglia?

No, assolutamente. In quei disegni volevo mischiare le razze e anche ribaltare il ruolo umano rispetto agli animali: finalmente piccolo e indifeso al pari di un’anatra o un gattino che si fa trasportare per la collottola. Qui ho piccato un po’ anche i pro-life che si scagliano contro l’aborto ma ammazzano gli animali, perché “c’è vita e vita”.

Ma ho anche fatto i ritratti di sfamiglia: polaroid su cui ho ritratto persone con la loro famiglia. Chi sceglieva di farsi ritrarre coi coinquilini, chi col gatto, chi con un coccodrillo.

Ci dici qualcosa del disegno che hai fatto per La Falla?

Racconta un episodio di bullismo da quartiere. Quando ero piccola avevo i capelli corti e giocavo a pallone in cortile. Ero abbastanza brava e i maschi mi dicevano “Non ci crediamo che sei una femmina! Faccela vedere se sei una femmina!”. La vivevo come una violenza perché in fondo pure io, inconsciamente, associavo la figa alla debolezza.

Poi crescendo ho capito che la vagina ha un potere tutt’altro che debole; si diceva che la vista spaventasse i diavoli, che le donne alzassero la gonna verso il mare per far calmare la tempesta. In questo disegno vorrei avere l’opportunità di cambiare il finale alla mia storia: avrei proprio dovuto fargliela vedere. Ne sarebbe partita un’onda energetica capace di bruciare loro e mezzo quartiere.

Qual è la storia del pesce che non esiste più?

È la storia di un pesce che si è estinto perché l’essere umano gli inquinava casa. Non l’ho mai visto nemmeno io, sono sincera, quando hanno deciso di farmi nascere era sparito da un bel po’.

Che dici basterà?

Mah, dipende… Se vuoi trovare la fidanzata, secondo me sì.

Oddio, no! Fammi più brutta!

 

Pubblicato sul numero 13 de La Falla – marzo 2016

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