Masticando al buio – CAPITOLO 12

di Marco B. Bucci

“Ripetilo.” chiese dolcemente la bambina con la voce da madre.

“Sembrano noi in tutto e per tutto ma in realtà sono solo quello che il mondo si aspetta da loro. Vivono al di sopra delle nostre unicità e le appianano, per esser meglio accettati e mescolarsi nella società. Emulano le nostre abitudini ma dietro di esse nascondono il loro primo bisogno fondamentale: sopravvivere non notati, disciolti in un anonimato silenzioso. Invecchiano senza fretta, lontani da ciò a cui assomigliavano in principio eppure impossibili da distinguere, nel corpo e nella mente, dall’originale.”

“Chi sono?”

Ester conosceva quella lezione a memoria, così come tutte le altre. Gli insegnamenti non erano molti ma sembravano ogni volta più complessi e profondi, soprattutto quando li ripeteva ad alta voce. Le pareti piene di scritte, disegni e manifesti le suggerivano pensieri che provenivano da altre donne e uomini che avevano vissuto tra quelle antiche mura prima di lei.

“Sono le persone normali.” rispose sicura alla bambina con la voce da madre.

Il volto candido della piccola sembrò quasi venir inghiottito dal buio della stanza vuota per poi ricomparire alle sue spalle. Il pavimento era freddo, nonostante fosse ormai estate inoltrata, e non si era sentito un solo passo.

“Tu, invece, Ester cosa sei?”

Ester inspirò, concentrandosi, sapeva che quello era il passo più difficile.

 

“Sono straordinaria.”

 

Per la prima volta quelle due parole risuonarono con una forza nuova. L’intero luogo sembrò farle rimbombare generando echi laddove non ce n’erano mai stati. Ester ci credeva, erano passate settimane e ora ci credeva davvero. Un giorno dopo l’altro, trascorsi nell’oscurità del Cassero di Porta Santo Stefano, murata dentro. Aveva imparato prima di tutto a prendersi cura delle sue ferite, medicandole con metodo. Poi, mentre guarivano, le era stato insegnato ad avere coscienza del suo stesso corpo. Infine le parole e le domande, rivolte all’unica sua compagnia in quel luogo avevano lasciato il posto al silenzio. La concentrazione era diventata meditazione ed Ester non si muoveva più come un topo in gabbia ma al contrario rimaneva quasi tutto il tempo al centro della pista da ballo del locale ormai chiuso da tempo.

 

“Sì, Ester, sei straordinaria e sei pronta per uscire.”

Ce l’aveva fatta: era finalmente pronta.

 

Antonio si svegliò sudato a mattina inoltrata. Scollandosi il lenzuolo di dosso allontanò anche il sogno che aveva appena interrotto bruscamente. La testa gli girava ancora. Entrò in cucina e sentì scorrere l’acqua della doccia. Sorrise all’idea che Riccardo fosse ancora da lui. Da un momento all’altro sarebbe comparso mezzo nudo e avrebbero fatto sesso di nuovo.

Non aveva mai pensato che tra di loro potesse andare così bene.

Da quando l’aveva mollato Riccardo era rinato. Forse aveva solo bisogno di un rifiuto per dare una calmata alla sua mania di controllo. Ora era il ragazzo perfetto, finalmente. Questo almeno fino a quando non sentì una vibrazione provenire dalla sua giacca, piegata sulla sedia.

 

Qualcosa che aveva a che fare con il sogno lo fece rabbrividire. Controllando che l’acqua scorresse ancora infilò una mano nella tasca e ne estrasse l’iPhone. Lo sguardo scorse insieme al polpastrello gli aggiornamenti delle notifiche che non smettevano di comparire. Ma erano tutti messaggi di Telegram di Ester, la madre di Ricky. Antonio sorrise tirando un sospiro di sollievo, quasi sentendosi in colpa per quella breve e innocente invasione di campo, ma prima di riporre il cellulare una manciata di parole catturò la sua attenzione.

[Anna ha capito qualcosa]

Antonio aveva saputo da poco che Ester e Anna erano fidanzate, nonostante la differenza di età. Il messaggio che seguì, in tempo reale, fu ancora più strano del precedente.

[Se continua così dovrò muovermi.] e poi ancora. [Tu hai deciso cosa fare con Antonio?]

Fu allora che si accorse di non sentire più l’acqua scorrere dal bagno.

 

“Che fai?” La voce di Riccardo era vicina e non tradiva alcuna complicità o rimprovero. Lo stava guardando dallo stipite della porta, come faceva sempre. Per fortuna da quella posizione era perfettamente alle sue spalle e forse non l’aveva scoperto con il cellulare in mano. Il cuore cominciò a martellargli in petto. Non aveva paura di una litigata ma di quello che aveva letto nei messaggi. Così prese un profondo respiro nel quale raccolse tutto il suo coraggio e fece uno sforzo per girarsi e non dire nulla. Poi si piegò in avanti, facendo scivolare il cellulare sulla sedia davanti a lui e rimase in attesa. Furono attimi lunghissimi, nei quali il lavandino gocciolò tre volte. Poi due mani ancora umide gli afferrarono le natiche da sopra i boxer per poi abbassarglieli delicatamente fino a metà coscia.

“Cazzo Anto…” e la faccia di Riccardo gli sprofondò tra la carne con già la lingua protesa verso il suo orifizio leggermente contratto. Il trucco aveva funzionato, Antonio tirò un profondo sospiro seguito subito da un forte gemito di piacere.

Nel mentre il cellulare vibrò di nuovo.

[Antonio è un problema, devi risolverlo.]  

(12 – continua)

 

Pubblicato sul numero 12 di La Falla – febbraio 2016

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