MASTICANDO AL BUIO – capitolo 11

di Marco B Bucci

 

Erano davvero troppo ubriachi per fare l’amore.

Questo ovviamente non aveva impedito loro di trasferirsi dalla cucina alla camera da letto, urtando, spingendosi, ridendo e cercando di spogliarsi. Poi erano crollati, abbattuti come alberi, sul letto. Rimasero ancora un po’ incollati dalla bocca in giù, cercando di compenetrarsi con il semplice contatto dei corpi, nel tentativo di creare un sottoinsieme che racchiudesse tutto ciò che provavano in quel momento. Amici d’infanzia, compagni di scuola, coinquilini, complici e ora anche amanti. Ma l’amaro aveva affogato la loro lucidità e di certo questa non sarebbe riemersa prima di qualche ora. Così rimasero semplicemente abbracciati, a godersi quel lento naufragare insieme.

Fu bello, fino a quando non ebbero inizio i rumori.

 

Federica fu la prima ad aprire gli occhi. Realizzò, nell’intorpidimento dell’ubriachezza, che c’era un rumore forte, ripetuto e soprattutto vicino che li circondava. Mettere insieme questa consapevolezza fu come mandar giù una pillola di adrenalina, una cometa di lucidità che si schiantò dentro di lei svegliandola del tutto. Si alzò di scatto con i piedi freddi anche se era estate.

Scivolò verso il corridoio, ignorando Matteo che continuava a dormire.

Il rumore spezzò il silenzio ancora una volta e lei lo seguì fino alla sala da pranzo scarsamente illuminata dalle luci della strada. Assomigliava a un animale che grattava da dietro una parete. No, non era dietro, era dentro. Accostò l’orecchio a ogni palmo della stanza ma i rumori sembravano provenire da tutte le direzioni e da nessuna. Uscì sul terrazzo guardandosi intorno, perplessa, tirando il più possibile la canottiera per coprirsi le gambe nude. Per un po’ ci fu solo il silenzio del centro storico addormentato. Poi il rumore la raggiunse facendosi sentire ancora più distintamente. La chiamava furiosamente, da dietro un vaso di fiori, con insistenza.

“Sei mezza nuda. Ti vedrà il ragazzino del liceo che abita di fronte.”

La voce di Riccardo la fece sobbalzare.

Il fratello di Matteo era proprio dietro di lei. Persino con quella scarsa luce di poteva notare la faccia di uno che aveva bevuto parecchio. Federica guardò il vaso di fiori ma non disse nulla. Qualcosa, come un’intuizione, le posò un dito sulle labbra facendole prendere tempo.

“Sai che l’abbiamo beccato a segarsi davanti al pc una quantità paurosa di volte? Sempre di notte, a quest’ora, più o meno. Quando i suoi dormono lui si spara dei segoni furibondi davanti a dei carnacci pessimi. Anche se non è un granché fisicamente a me ha sempre arrapato spiarlo. Una volta mi sono pure fatto fare una pompa da Antonio mentre lo guardavamo contorcersi come un maiale. Che c’è, cos’è quella faccia… t’imbarazza? Guarda che sembra più vecchio lui di Matteo.”

Federica finse di guardare nel posacenere stracolmo sul tavolino.

“Non trovo una canna, l’hai presa tu?”

Riccardo scrollò le spalle. “Ho smesso da un pezzo. Solo tu e il tuo moroso continuate a fumare in questa casa. Siete sfattoni come quando avevate 14 anni.”

“Moroso…?” Federica dimenticò perché era lì e deglutì a fatica.

Riccardo sorrise. “Io e Antonio abbiamo scommesso su quando vi deciderete a dirlo a tutti quanti. Lui dice che non l’avete ancora capito manco voi… io invece che dipende solo da quanto ci mette il fratellino a darsi una mossa… sai no… a dartelo.”

Federica si avvicinò a Riccardo e lo guardò negli occhi.

“Sei sempre stato un po’ arrogante, ma eri anche simpatico. Ora sai cosa sei?”

“Arrapante?”

“Stronzo.”

Dall’altra parte della città Anna chiudeva il laptop stropicciandosi gli occhi stanchi. Doveva essere a letto da un pezzo ma negli ultimi giorni faceva fatica a dormire. All’inizio era stata solo una sgradevole sensazione, come quando le stavano per venire le sue cose e lei non ne riconosceva subito i sintomi. Un malessere così vago che non ha nemmeno un nome. Poi di sera in sera, cena in cena, conversazione in conversazione, si era fatto sempre più forte e meno vago. C’era qualcosa che non andava.

Cercò di scrollarsi quei pensieri di dosso, magari era solo stanca. Si lavò i denti, si spazzolò i capelli legandoseli in una coda e poi si spogliò completamente. In punta di piedi, senza far rumore, s’infilò nel letto studiando la sua fidanzata addormentata e quasi del tutto scoperta. Nonostante avesse molti anni più di lei aveva un corpo che dava dieci a zero a molte sue compagne di corso. Nel guardarle il seno rilassato, sotto la canottiera, non resistette e le posò un bacio sulla scollatura, e poi un altro e un altro ancora. Baci sulla pelle accaldata, con la lingua. Ester le infilò le dita trai capelli.

“Pensavo non arrivassi più.” E l’attirò a sé baciandola profondamente.

Anna si sentì attraversare da un brivido caldo e le salì a cavalcioni sopra, poggiando il pube nudo e depilato su quello di lei. In quel momento si dimenticò dello strano gelo che provava da qualche giorno quando Ester tornava a casa e soprattutto della sensazione che ci fosse qualcosa di diverso, di sbagliato, in lei. Quella donna la rendeva felice come mai nessuna era riuscita a fare prima di allora. Come poteva sentirsi così a disagio? Come poteva anche solo pensare che quella a letto con lei, in quel momento, non fosse davvero Ester?

Pubblicato sul numero 11 de La Falla – gennaio 2016

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