Chi si accontenta gode? Pubblico lesbico, porno e post-porno

di Irene Dioli

Il pubblico lesbico, si sa, è abituato a doversi accontentare: data la paucità di rappresentazione nei vari ambiti della produzione culturale e di intrattenimento, la spettatrice lesbica ha dovuto sviluppare raffinate capacità di visione e interpretazione selettiva, che darwinianamente parlando le hanno consentito di sopravvivere in circostanze ambient… insomma, meglio che niente!

Questi meccanismi evolutivi si rivelano particolarmente utili per la fruizione del porno mainstream, che tradizionalmente pullula di donne che interagiscono fra di loro e risulta quindi facilmente godibile (ehm) dal pubblico lesbico, a patto di chiudere un occhio su alcune risibili controindicazioni:

  • il sesso fra donne non risulta essere proprio sesso, ma più un antipasto per l’inevitabile protagonista maschile, quindi it’s not about you;
  • le eroine della storia sono invariabilmente modellate sui canoni estetici dell’immaginario patriarcale, quindi it’s not about you;
  • tra rischio di soffocamento da protesi al silicone ed emorragie interne causate da innocue unghie à la Edward mani di forbice (purché perfettamente smaltate), le pratiche erotiche proposte appaiono     perfettamente funzionali all’estinzione del pubblico lesbico, quindi it’s not about you, ma soprattutto don’t try this at home!

Ma è ancora e deve essere ancora proprio così? Ovviamente no! Grazie alle rivoluzioni culturali (femminismo e prospettive queer) e tecnologiche (internet e digitale), la produzione pornografica si è allargata: poiché, passando da Darwin a Marx, la proprietà dei mezzi di produzione è tutto, anche i soggetti marginalizzati hanno la possibilità di creare la propria rappresentazione, alle proprie condizioni. Nasce così la post-pornografia: rappresentazione di immaginari erotici svincolati dai rigidi canoni eteronormativi e patriarcali.

Non è un caso che una delle case di produzione post-porno più amate dal pubblico lesbico femminista e queer sia la Pink & White Productions, creata da una donna di colore, Shine Louise Houston. Come dice la produttrice stessa, “C’è del potere nella creazione di immagini, e che […] una donna di colore, una persona queer, si prenda quel potere […] non trovo che sia sfruttamento; penso sia necessario”. E ancora: “Credo che ci sia molto spazio per e molto bisogno di creare contenuti per adulti che siano autentici, rispettosi e che trasmettano messaggi forti […], penso che sia il contesto perfetto per fare qualcosa di politico. Dove si incontrano denaro, sesso, media ed etica”.

Campionesse di arti marziali, manifestanti Occupy e spietate poliziotte; butch, femme, genderqueer: c’è davvero da divertirsi per ogni gusto e ogni desiderio. A differenza del porno mainstream, queste produzioni si dedicano alle esigenze del “nostro” pubblico nella massima varietà e libertà di gusti e intenti, con il bonus di presentare ogni sorta di corpo, pratica e identità senza censura estetica. Passando da Darwin a Marx alle t.A.T.u (per non dimenticare i tempi bui in cui lo pseudo-lesbismo del porno mainstream assurse agli onori delle cronache musicali e ai palcoscenici di MTV), it’s all about us!

pubblicato sul numero 10 de La Falla – dicembre 2015

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