Quel che resta di Atlantide

atlantide

di Elisa Manici


Una porta murata con calce e mattoni nel grigiore di una mattinata autunnale. Dentro, separate dal fluire dell’esistenza, restano le vestigia di 17 anni di vita LGBTQ.  Fuori, la desolazione di un tappeto di bicchieri di cocktail rosa spazzati via in malo modo, i resti dell’ultima azione di resistenza pacifica.
All’alba di venerdì 9 ottobre Atlantide è stata sgomberata.
In mezzo al fiume debordante di parole ad oggi spese su questa vicenda, spesso da persone che non ne conoscono né i soggetti, né gli accadimenti, è opportuno ripercorrerne, sia pur brevemente, la storia, tenendo a mente che legalità e giustizia non sono necessariamente la stessa cosa.
A Porta Santo Stefano ci sono due casseri (edifici che si inserivano nelle mura della città, ndA), entrambi di proprietà del Comune. In uno ci sta, dal 1971, il circolo anarchico Camillo Berneri. L’altro cassero, in disuso da anni, viene occupato nel 1998, prendendo il nome di Atlantide, la mitica e utopica città perduta. Da allora il posto ha ospitato al suo interno diversi gruppi e collettivi LGBTQ, femministi e punk che hanno prodotto conferenze, laboratori, gruppi di studio e di lettura, concerti e  feste, offrendo alla città una costante attività sociale e politica. Tra i collettivi storici che hanno abitato Atlantide, Antagonismo Gay, Clitoristrix e Nulla Osta; solo quest’ultimo esiste ancora con questo nome, le altre realtà nel corso degli anni si sono trasformate; nel 2008 nasce il Laboratorio Smaschieramenti, che si posiziona come transfemminista e queer, assorbendo alcune delle realtà precedenti. Punti fermi delle atlantidee sono sempre stati l’autogestione, la costruzione di reti tra soggetti, le pratiche non violente e ironiche. L’amministrazione Cofferati, nel 2008, volendo, sia pur goffamente, riconoscere il valore di questa realtà, emette un bando per regolarizzare in qualche modo l’assegnazione di quel luogo. I gruppi che lo abitano accettano di costituirsi in tre associazioni, che lo vincono. Fino al 2011, non c’è più, quindi, occupazione, ma una gestione autorizzata. Sotto la commissaria Cancellieri, nel 2011, viene  pubblicato un altro bando, questa volta con linee guida fatte ad hoc per cacciare le atlantidee. Va deserto: nessuna associazione vi partecipa.
Lo stesso bando viene poi riproposto dall’amministrazione Merola, e questa volta ci sono tre associazioni vincitrici, Evoè, che si piazza al primo posto, Xsenia e Mondo Donna, entrambe al secondo posto. Solo Evoè dichiara più volte di voler entrare proprio lì, reclamando la vincita del bando, le altre due si mostrano più consapevoli della complessità della situazione. A questo punto entra in scena Ilaria Giorgetti,  presidente del Quartiere Santo Stefano, eletta in quota Pdl, poi passata all’Ncd, e che ora ha formato un suo gruppo in Quartiere, che si infiamma sia contro Atlantide e la sua illegalità, sia contro l’Amministrazione, considerata troppo mollacciona, per non dire connivente, nel trattare la questione. Giorgetti nei primi mesi del 2014 si scatena: scrive al ministro dell’Interno Angelino Alfano, fa una denuncia contro ignoti per l’occupazione dello stabile, e un esposto contro il Comune perché non ha fatto rispettare l’esito del bando. Siamo ai primi di aprile quando il Comune, temendo ripercussioni legali, emette un’ordinanza che intima ad Atlantide di liberare i locali entro un mese.
Le atlantidee nel frattempo hanno compiuto un loro percorso, sciogliendo le associazioni con cui avevano firmato la convenzione del 2008, facendo una lotta contro i bandi, riuscendo a far decadere l’ultimo, e studiando possibili forme di innovazione giudirica che riconoscano le esperienze di organizzazione dal basso.
Le minacce di sgombero di fatto servono a dare una nuova spinta propulsiva alle attività promosse da Atlantide, che si adopera per far conoscere le sue istanze alla città, ed escogita varie forme di resistenza creativa. Alberto Ronchi, assessore alla Cultura, riceve dalla giunta un mandato per cercare una soluzione condivisa. A luglio del 2014 viene firmato un pre-accordo tra Comune e Atlantide, che a fronte della disponibilità a spostarsi in un altro spazio, riconosce la pratica dell’auto-organizzazione. Come spiega Renato Busarello del Laboratorio Smaschieramenti, e una delle anime storiche di Atlantide: “Si trattava di una sperimentazione che cercava di utilizzare il regolamento dei Beni comuni, che ha una potenzialità molto più ampia delle retoriche anti-degrado in cui viene circoscritto”.
Dopo quasi un anno di calma apparente, ai primi di ottobre la situazione precipita all’improvviso, con l’episodio surreale che, mentre una delegazione di Atlantide è a un incontro in Comune per parlare di una sede, viene affissa sulla sua porta l’ordinanza di sgombero, da eseguirsi entro 5 giorni. La strumentalizzazione multipla appare evidente. Giorgetti vuole usare questa partita per accreditarsi come possibile candidata sindaca di Forza Italia alle elezioni comunali del 2016. Il Pd bolognese, intanto, ha accettato a malincuore la ricandidatura di Virginio Merola, ma gli ha chiesto in cambio la testa di Alberto Ronchi, uno degli assessori con cui è più in sintonia, da sempre mal digerito dal partito. Questa è l’occasione per farla rotolare. “Noi – dice Busarello – ci siamo interrogati sul perché la strumentalizzazione su queste questioni sia così facile, e sul perché lo spostamento a destra del Pd si produca proprio sui corpi eccentrici. C’erano due opzioni: noi e il Social Log. Hanno iniziato da noi, coprendo tatticamente il bisogno sociale a cui corrispondono le occupazioni abitative, ma stanno cominciando a far fuori anche queste esperienze”.   
Il leader atlantideo è spassionato nella sua analisi: “I bisogni sociali delle persone queer, basati sulle questioni di genere e della sessualità, vengono considerati un lusso, secondari rispetto alla crisi. Io penso – continua – che tutte le associazioni LGBTQ si siano rese conto che sta franando un terreno, e che tutto viene messo in discussione, dall’interno del Pd prima ancora che da fuori. Penso che non possiamo affidarci a questo meccanismo per cui l’istituzione, per riconoscere una piccola parte della tua soggettività, ti ricatta, chiedendoti di scomparire politicamente o di normalizzarti. Questo – prosegue – non può più accettarlo nessuno, neanche le associazioni riformiste: penso sia evidente come questi ti possano far scomparire dicendo che non sono omofobi, e che, anzi, sono a favore dei matrimoni. C’è stata una riappropriazione tale dei nostri discorsi, che chiunque può sostenere in astratto i diritti civili contro i corpi reali delle persone LGBTQ”.
Sulla prospettiva politica, Busarello ha le idee chiare: “Noi non abbiamo mai lottato per difendere i nostri 4 metri quadri. Io penso che Atlantide possa anche morire: verranno fuori altre esperienze, ci saranno altri collettivi, oppure saremo noi a fare qualcos’altro o ad andare da un’altra parte. Vogliamo – conclude –  aprire un processo per cui la rete transfemminista queer, a Bologna e in Italia, sappia riconquistarsi spazi di autonomia e di autogestione, anche di spazi fisici. Ce la faremo? Non ce la faremo? Penso che la questione sia questa”.

Pubblicato sul numero 9 de La Falla – novembre 2015

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