Panico di genere. Cronisti sportivi sull’orlo di una crisi di nervi

di Irene Dioli

Nell’editoriale di ottobre, Vincenzo Branà ha evidenziato la necessità di “imbracciare una lotta ostinata contro l’ideologia del gender”, intendendo con questa espressione l’ideologia gender che esiste: la costruzione culturale di stereotipi normativi che ci prescrivono di comportarci, dalla culla alla tomba, come “veri uomini” e “vere donne”.

Qui rispondiamo all’invito dando un’occhiata estremamente sintetica a come l’ideologia gender si manifesta nel mondo dello sport, tanto nella copertura mediatica quanto nella auto-rappresentazione da parte di atlete e atleti, aspetti che si alimentano reciprocamente con la mentalità del pubblico generale.  

Confrontiamo ad esempio la popolarità di due successi sportivi degli ultimi dieci anni con un semplice test.

1: in quale anno la nazionale di calcio maschile vince il titolo mondiale?

  1. a) 2006
  2. b) ma dove vivi?
  3. c) CAMPIONI DEL MONDO CAMPIONI DEL MONDO I NOSTRI RAGAZZI ARGH SBAV

Mentre il popolo calciofilo si riversa per le strade che neanche la Rivoluzione francese, interrompendo la circolazione e sbilanciando le statistiche sull’inquinamento acustico per i successivi cinque anni, i cronisti sportivi lottano per tenere a bada le proprie pulsioni omoerotiche, sublimando l’adorazione per i quadricipiti nazionali in maschie e patriottiche telecronache in cui è difficile non incappare.

2: in quali anni la nazionale di ginnastica ritmica vince 3 titoli mondiali consecutivi?

  1. a) ginnastica come?
  2. b) quelle col nastro?
  3. c) chissà se hanno il fidanzato  

Per la cronaca: il triennio in questione è il 2009-2010-2011 e la ritmica è uno sport olimpico che ad alti livelli richiede 8 ore di allenamento al giorno. Essendo però uno sport attualmente solo femminile, non eccita gli animi di una cultura che tende ad esaltarsi in proporzione al testosterone effuso durante l’attività sportiva.

I media sono ovviamente protagonisti nel caratterizzare atlete e atleti secondo i tradizionali parametri di genere. Nelle interviste alla protagonista di un’impresa sportiva non mancano mai le domande che indagano la sua attitudine alla femminilità tradizionale: “Le piace truccarsi? Indossa tubini e tacchi alti nel tempo libero? Sogna una famiglia?”. Non fa niente se magari ha 17 anni e mezzo, le spalle larghe come l’arco di Costantino e ha stabilito un record del sistema solare; l’intervista andrà invariabilmente ad appurare che oltre l’aspetto sportivo ci sia “una vera donna”. Traduzione: dicci per favore che non sei lesbica, con tutti quei muscoli.

Sul fronte maschile, sono gli sport artistici a mettere maggiormente alla prova il cronista sportivo: ai mondiali di nuoto di luglio 2015, dove ha esordito la specialità di coppia mista di nuoto sincronizzato, il cronista Rai, introducendo personali criteri tecnici, esprimeva il proprio sconcerto di fronte alla coppia russa, il cui elemento maschile mancava di differenziarsi adeguatamente da quello femminile.

L’aderenza ai canoni di genere contribuisce poi a determinare la popolarità di un personaggio sportivo. Questo non sfugge ad atlet* e agenti e si manifesta nelle loro strategie di auto-rappresentazione. Prendiamo ad esempio il caso della nuotatrice Federica Pellegrini, sempre presente sui media a suon di medaglie, ma anche gossip, fidanzamenti e stereotipiche rivalità femminili con colleghe e concorrenti in amore. Il suo sito ufficiale è una collezione di elementi volti a costruire l’immagine di una perfetta “fidanzata d’Italia”. Leggendo le varie sezioni, apprendiamo che è “una ragazza come tutte le altre”; che in lei coesistono due identità, “la donna e l’atleta”; che la sua famiglia “è molto unita”, con il padre nel ruolo di “grande capo” e la madre “angelo del focolare”. Per quanto riguarda le immagini scelte per caratterizzare il sito, sono volte a enfatizzare una tradizionale femminilità seduttiva molto più che l’atletismo della campionessa.

L’omofobia nello sport è questione ovviamente chiave nel panico di genere di cui abbiamo portato sintetici, ma lampanti esempi. Ci fermiamo qui, con una curiosità che metterà a dura prova il cronista Rai: cercate Ruben Orihuela su YouTube (warning: maschi in body! Con i brillantini! Che usano il nastro!)

Pubblicato sul numero 9 de La Falla – novembre 2015

 

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