Masticando al buio – capitolo 9

di Marco B. Bucci

Negli episodi precedenti abbiamo scoperto che Ester ha due figli che vivono da soli. Riccardo è gay, Matteo è etero. Da qualche tempo però Riccardo sembra un’altra persona, tanto che tutti stentano a riconoscerlo. La vicenda si fa sempre più inquieta, fino a quando “Riccardo” getta la maschera e aggredisce la madre. Trai due c’è una violenta lite, fino a quando il sangue non comincia a scorrere.

 

Matteo aveva voluto bene a Federico sin da subito, proprio perché era diverso. Ora però che nella sua vita era rientrata Federica qualcosa era cambiato. Non sapeva come spiegarsi il loro rapporto ma una cosa gli era chiara: ogni volta che si toccavano era come se la sua pelle rimanesse marchiata per qualche istante. Durante tutto il Gay Pride, a pochi passi da suo fratello e il suo fidanzato, erano stati mano nella mano. Forse per Fede era solo un gioco ma per lui, quella mano, ora era diversa. Voleva usarla per accarezzarle il collo, scostarne i capelli, prenderle delicatamente la nuca e portarsela al petto. Sapeva cosa questo volesse dire, era etero, non stupido. Per questo motivo, sul divano, gli sembrava che la stanza ruotasse intorno al loro abbraccio. Come una giostra che aveva come unico perno le labbra dischiuse di lei, addormentata. Era paralizzato dal piacere che gli dava quel corpo misterioso a contatto con il suo e non sapeva cosa fare per resistervi oltre. Il suo cellulare in tasca ronzò più volte per una chiamata in entrata, ma lui lo lasciò dov’era. Come fosse un segnale giunto da lontano si chinò verso la sua fronte cercando di darle un bacio, ma il viso di lei scivolò sulla sua spalla fino a trovarsi proteso verso il suo. Matteo chiuse gli occhi, terrorizzato, e baciò Federica.

Quando lei rispose, la giostra smise di girare.

 

Antonio e Riccardo dovevano andare solo a una cena a casa di amici, che dopo due ore era diventata un amaro in compagnia e alla fine una sfilata in camera di Gabriele prima di uscire tutti belli sistemati per una nottata al Cassero. La casa da studenti un tempo era un ufficio, quindi c’erano ben cinque camere da letto, due sale enormi e un’accoppiata di cucinotto e bagno minuscoli. Il colpo di scena che aveva fatto cambiare i programmi a tutti era stato l’arrivo di Anna, che Antonio non vedeva da quando avevano cercato di spacciarla per la fidanzata di Matteo. Ora che stava con una ragazza più grande, ed era scomparsa dai radar, tutti scherzavano sul fatto che le piacessero le milf e si fosse ritirata dalla vita pubblica. In fila per il bagno, con un bicchiere di plastica pieno di vodka lemon firmato Lidl, finirono a parlare ancora di quella sera. Poi lei si lasciò andare.

“Anto in realtà dovrei parlare a Ricky stasera, c’è una cosa che devo dirgli. Solo che è pesante, non ci sentiamo mai, ma una bomba del genere mi fa sentire di merda.”

“Guarda che Riccardo è cambiato un sacco ultimamente, giuro. Niente più drammi, niente più bastardate. Un’altra persona. Secondo me puoi andare tranquilla, e poi che vuoi che sarà…”

“Sarà che ha a che fare con sua madre, Ester.”

Antonio aggrotto la fronte, quasi scoppiando a ridere. “Che ha fatto la strega dell’ovest?”

“È la mia fidanzata.”

La giostra, per Antonio, ricominciò a girare.

 

Ester era al centro di una stanza buia e spoglia. Inferiate alle finestre, dalle quali entrava la luce dei lampioni e di un semaforo. Aperture su più lati, che davano su altri ambienti bui e silenziosi. Il pavimento, le pareti e gli impianti elettrici facevano pensare a un locale industriale incastonato in un edificio di natura storica. Si alzò in piedi, scalza, barcollando. I vestiti non erano i suoi ma, nonostante fosse spaesata e confusa, stava bene. Ci mise il dovuto tempo a ricordare cosa fosse successo, per strada, durante il temporale. Sentì il ginocchio crollare sull’asfalto e si toccò in quel punto, da sopra i pantaloni di cotone, trovando una stretta fasciatura. Nel piegarsi altre fasciature le tirarono sul ventre e un fastidio pungente le perforò il petto a un palmo dal cuore. C’era una ferita là sotto, qualcosa di profondo e mortale, che però non era stato sufficiente ad ucciderla. Non che la “cosa” che fingeva di essere Riccardo, suo figlio, non ci avesse provato, ma era viva. Abbastanza viva da muoversi come una sonnambula per la stanza e imboccare i corridoi e le stanze adiacenti. C’erano anche scale che salivano, strette come quelle di una torre, ma erano tutte sbarrate da assi e fasce di plastica bianche e rosse. Ester raggiunse un piccolo atrio con un bancone. Nonostante il buio le pareti erano visibilmente dipinte con colori vibranti e piene di vecchie locandine appiccicate l’una sull’altra. Raggiunta quella che sembrava la porta d’ingresso cercò a tentoni un cardine, una maniglia, uno spiraglio.

Trovò solo larghi mattoni cementati di fresco che muravano interamente ogni tentativo di entrata e uscita.

 

Nel buio una voce femminile la fece sussultare, strappandole la prima vera fitta di dolore al torace.

“Benvenuta ad Atlantide”

 

(9 – continua)

Pubblicato sul numero 9 di La Falla – novembre 2015

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