Masticando al buio – Capitolo 8

di Marco B. Bucci

Negli episodi precedenti abbiamo scoperto che Ester ha due figli che vivono da soli: Riccardo è gay, Matteo è etero. Ester si è innamorata di Anna, un’amica  di Riccardo. Matteo sta ospitando Fede, una ragazza trans con la quale c’è qualcosa in sospeso. Da qualche tempo però Riccardo sembra un’altra persona, tanto che tutti stentano a riconoscerlo.

 

Ester non si concedeva un solo attimo di pace. Proprio ora che la sua vita sentimentale sembrava esserle stata cucita addosso. Proprio quando ogni cosa sembrava permeata di Anna, la ragazza che amava. Proprio in quel momento, Ester non riusciva a scostare  l’angoscia che provava per Riccardo. Dopo il Pride le cose erano andate di bene in meglio per tutti. Riccardo e Antonio non erano mai stati così uniti. Federica e Matteo si guardavano in modo diverso, tanto che un paio di volte si erano persino presi per mano, durante il corteo. Tutti sembravano aver ottimi motivi per non guardare in faccia ai fatti: quel Riccardo non era il loro Riccardo. Del suo sorriso non c’era più alcuna traccia. Quello che esibiva ora era altrettanto bello, ma non aveva niente a che fare con quello di suo figlio. Era tutto sbagliato eppure molto semplice: non era lui.

Ecco perché si trovava in macchina quella sera, sotto un acquazzone, aspettando che uscisse da casa di Antonio. Lo seguiva spesso, a volte anche solo per brevissimi tratti. Quelli erano gli unici momenti in cui lui, non visto, camminava con una postura sbilenca e si grattava costantemente collo e testa, sputando come un vecchio alle prese con la dentiera. Era riuscita persino a filmarlo, ma mai una volta aveva ripreso qualcosa di rilevante.

Nello stretto abitacolo dell’utilitaria, Ester aveva gli occhi pesanti e non vedeva l’ora di tornare a casa da Anna. Il suono della pioggia era talmente riposante che stava quasi per mollare, mettere in moto e andarsene. Poi la portiera si spalancò e un’ombra fradicia si sedette accanto a lei.

“Ciao Mamma, mi dai uno strappo? Viene giù come dio la manda”.

Ester rimase paralizzata, lui la guardò con complicità. Appellandosi al suo istinto materno cercò di convincersi d’essersi sbagliata e che quello fosse davvero suo figlio. Mentre infilava la chiave espirò lentamente cercando qualcosa da dire, ma fallì miseramente nel tentativo. Mise in moto e imboccò la stradina stretta.

“Che hai, sei strana” esclamò dal nulla Riccardo a denti scoperti. “Se hai problemi con Anna lo devo sapere, dopotutto è una delle mie migliori amiche”. Non era vero. Anna non parlava con Riccardo da molto tempo, praticamente da quando loro due si erano messe assieme. Ester si ostinò a non rispondere, sempre più cupa. Se lui voleva giocare, lei non avrebbe preso parte alla sceneggiata.

Fu allora, in quel silenzio, che l’uomo con la faccia di suo figlio cominciò ad adombrarsi.

“È per Antonio vero?”, cominciò a grattarsi il dorso della mano. “Non ti piace, ma ovviamente non vuoi dirmelo perché devi mantenere quella ridicola facciata di madre amorevole e comprensiva che augura al figlio frocio tutto il bene del mondo…”, Riccardo si sporse completando la frase a una spanna dal suo collo: “E invece sei solo una gran troia borghese”.

Ester inchiodò, spalancò la portiera e si gettò in mezzo alla strada. Premeditava di farlo dal primo momento in cui quel tizio si era seduto accanto a lei. Quel sussurro vicino al suo orecchio l’aveva fatta finalmente agire, senza pensare. “Mamma, che fai?”, chiese lui aprendo la portiera.

Lei non fece nemmeno finta di essere sorpresa o indignata. Aveva scoperto il suo gioco e lui in un qualche modo l’aveva capito. Si tolse le scarpe e cominciò a correre.

Non riuscì a raggiungere il più vicino portone. Le fu addosso con una dolorosa spallata facendola volare a terra sull’asfalto bagnato. La leggera pendenza trasformava la strada in un ruscello inarrestabile che portò il suo sangue dal ginocchio al più vicino tombino di scolo. Si destò dalla confusione un attimo prima che lui le pestasse la faccia di peso, con un calcio che avrebbe potuto spappolargliela. Ma lei rotolò di lato, quasi sospinta dalla corrente. Una risata si unì allo scrosciare della pioggia, di nuovo  quei denti bianchissimi baluginarono nel buio come fossero pronti a divorarla. Ester riuscì ad alzarsi solo per venir subito investita da un secondo calcio, in pancia, che le strappò il respiro, le forze, le speranze. La testa ronzava e gli occhi non guardavano più in direzione del suo aggressore. Un calore diffuso in tutto il corpo le impediva di sentire il dolore, avvertiva solo i colpi che le stavano perforando il ventre. Vide vicino al marciapiede una bottiglia di birra vuota e un pacchetto di sigarette finito, si sorprese a pensare che presto, molto presto, sarebbe diventata come loro. Fu solo quando, riaprendo gli occhi, scoprì di aver preso quella bottiglia e di averla frantumata sul cranio di lui che Ester tornò in se stessa. Non ricordava di averlo fatto, eppure il falso Riccardo era in ginocchio e bestemmiava contorcendosi per il male.

Lei si guardò la mano lorda di sangue un istante di troppo. Il volto di suo figlio lanciò un grido ferale e tutto il suo corpo abbronzato scattò verso di lei con ferocia. L’attimo fu fatale e la madre affondò il vetro nel collo del figlio con tutta la forza che le era rimasta.

Ma non fu carne quella che trovò, bensì qualcosa di duro e liscio come il cuoio.

(8 – continua)

pubblicato sul numero 8 de La Falla – ottobre 2015

 

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