Il miglio arcobaleno

di Vincenzo Morteo

Avanza con una sinuosità sfacciata, quasi chiassosa, mentre i morbidi capelli lunghi le sfiorano l’abito bianco confezionato con le proprie mani: David Williams (47 anni, per gli amici Yah Yah) non sta sfilando su una passerella di Project Runway, ma nell’angusto corridoio di una prigione di stato.

Nel 1985 l’avvocato difensore John Hagar è stato coinvolto per tre anni nella causa Robertson v. Block: i suoi clienti, detenuti gay e transessuali, avevano richiesto una revisione dei criteri di reclusione per i membri della comunità (L)GBTQ nelle prigioni della contea di Los Angeles. Il patteggiamento, raggiunto il 17 luglio di quell’anno, ha stravolto permanentemente il sistema penitenziario distrettuale, determinando l’istituzione, in una delle più grandi prigioni al mondo – il Men’s Central Jail -, di un’ala destinata esclusivamente a prigionieri gay, bisessuali e transessuali: il K6G.

Un esperimento del tutto inedito negli USA, e altrettanto inedite e straordinarie sono le modalità di esamino ed ammissione. Il vice sceriffo Javier Machado è difatti uno dei cosiddetti classification officers ed il suo curioso compito è quello di stabilire l’idoneità dei candidati, sottoponendoli ad un test di “cultura mondana omosessuale”. Il colloquio si apre con il seguente quesito: “Saprebbe dirmi il nome del locale gay che frequenta di più?”. Se la risposta è soddisfacente, le domande si fanno più insidiose: “E quanto si paga di coperto?”, “Ecco della colla vinilica e delle forbici dalla punta arrotondata. Saprebbe costruirci un modellino in scala del locale?” e così via. Procedure che hanno sollevato non poche perplessità, ma che rimangono a tutt’oggi inalterate.

La prigione è una parafrasi del mondo, la sua versione ridotta alla brutalità dell’essenziale; una volta varcatane la soglia, tutto ciò che rimane è la propria inclinazione a sopraffare o a essere sopraffatti. Il K6G si sottrae a quest’imperativo con l’enigmatica eleganza di una singolarità matematica.

Nelle parole di Yah Yah, intervistata da L.A. Weekly, c’è quasi un rumore di fondo, una vibrazione materna, quando racconta dell’affetto per i suoi compagni, molti dei quali afferma di considerare come figli. Non si è mai trattato di cameratismo, né di un esuberante spirito di gruppo; una volta nel K6G si avverte quel senso di estraneità  che si manifesta solo di fronte a profondi legami d’intesa. Un microcosmico surrogato di società, eretto dietro il filo spinato e gli allarmi, dove ci si spoglia del sospetto del diverso, delle differenze che nutrono i piccoli terrori dell’altro. È più difficile odiare qualcuno se sei forzato a riconoscere in lui un po’ di te stesso. Eppure c’è qualcosa di più. Yah Yah entra ed esce di prigione da 20 anni ormai, come se il mondo fosse qualcosa che appartiene a qualcun altro. Come lei, la maggior parte dei prigionieri, una volta scarcerati, non aspettano molto prima di farsi arrestare, così da tornare ai propri amici, agli amanti, al proprio senso di appartenenza, persino ad uno scopo.

Per queste persone, il luogo più insospettabile, il più ingrato e doloroso, è diventato il più caro e familiare, perché fuori dalla loro cella la libertà è un accessorio di lusso che, scintillando, ciondola al polso dei ricchi, dei bianchi, degli eterosessuali. Fuori da quella cella il mondo è solo una prigione più scomoda.

Dopotutto, di quando in quando nella storia degli uomini, non c’è una parola che più di libertà vada incontro a una costante revisione. Forse soltanto amore.

“Sarebbe meraviglioso, un giorno, fare il mio ingresso su un paio di tacchi a spillo e dei vestiti normali e dire ‘Una volta ero dove siete voi e Dio mi ha tirata fuori e ce l’ho fatta e so che anche voi potete farcela.’ Questo è quello che vorrei fare della mia vita.” – David Williams, 47 anni. Per i suoi figli, Yah Yah.

pubblicato sul numero 8 de La Falla, ottobre 2015

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