Parole invertite: Maiden voyage

di Angelo Termine

Il protagonista di un fortunato romanzo di Peter Cameron di qualche anno fa annovera tra le sue ricercate letture i libri di Denton Welch, sorta di Carneade della letteratura inglese. Welch ebbe vita breve e travagliata, nato a Shangai da un mercante di gomma e dalla sua moglie americana, morta quando era bambino, trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra la Cina e l’Inghilterra. Studiò per diventare pittore e quasi incidentalmente si dedicò alla scrittura, attirando l’attenzione, tra gli altri, di Edith Sitwell che contribuì al suo breve ma immediato successo. A vent’anni sopravvisse a un grave incidente automobilistico riportando danni permanenti alla spina dorsale che, pur non causando la paralisi, saranno la causa della sua morte a soli 33 anni, nel 1948. Scrisse tre romanzi autobiografici, tutti pubblicati in Italia, e una raccolta di racconti. I suoi diari, pubblicati nel 1952, in cui il paesaggio del Kent negli anni di guerra diventa una “idillica pastorale di soldati che fanno il bagno e prigionieri impegnati nel raccolto” saranno lettura prediletta, sotto le armi, del giovane Alan Bennett. Il romanzo d’esordio Maiden voyage del 1943 (Viaggio inaugurale, Einaudi, 1990) si apre con la fuga dal collegio del sedicenne Denton, pretesto per un lungo soggiorno nella casa paterna a Shangai: la descrizione della vita in collegio, il viaggio in transatlantico e la vita nell’esotica metropoli asiatica alla fine dei roaring Twenties sono i tre momenti attraverso cui si snoda una trama esilissima e su cui si posa uno sguardo acuto ma sempre pronto allo stupore. Uno sguardo esercitato nell’amore per i piccoli e preziosi oggetti di antiquariato di cui Welch si circondò sin dalla più tenera età che, unito ad una sensibilità adolescente e singolarissima, dà alla sua scrittura il carattere incantatore che la renderà cara anche a William Burroughs. La tensione sessuale che permea questo e gli altri romanzi di Welch è un punto di forza che emerge soprattutto nelle descrizioni degli incontri con soldati e marinai. Incontri, va detto, in cui nulla succede: l’amore di Welch “non osa dire il proprio nome”, non per pudore o snobistico riserbo ma perché sarebbe superfluo. Irresistibile, in questo senso, il racconto di un’uscita “en travesti” per le strade di Shangai. E l’occhiale di un’asciutta ironia può trasfigurare anche l’interno di un vagone ristorante: “La gente leggeva i giornali, fumando pipe di radica o sigarette dal profumo esotico. L’aria era satura di emancipazione. Pensavo che il movimento delle suffragette doveva essere stato qualcosa del genere.”

pubblicato sul numero 6 de La Falla – giugno 2015

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