Dmitry non deve morire

di Vincenzo Morteo

San Pietroburgo, 2013. Dmitry Chizhevsky ha ventisette anni. Non è mai stato un attivista LGBT. Non ha mai neanche messo piede in un locale gay. Dmitry Chizhevsky non ha mai conosciuto quella contentezza, dal volto cicatrizzato, ammaccato dai manganelli della storia, la contentezza agguerrita di sbandierare la propria libertà di sentirsi orgoglioso. La discrezione, piuttosto, e la cautela, hanno da sempre cinto il perimetro del suo contatto umano. Fino al giorno in cui una pallottola gli ha trafitto il viso.

3 novembre 2013. Dmitry decide di divincolarsi dalle sue remore e partecipare ad un evento moderatamente omosessuale: un Rainbow Coffee Party, allestito in sordina nel cuore della città. Due uomini dal volto coperto fanno irruzione ed esplodono alcuni colpi di pistola. Uno di questi perfora l’occhio sinistro di Dmitry, accecandolo permanentemente, ma risparmiandogli la vita. Una tragedia individuale che si espande nel suo massimo paradigma morale: il volto scoperto dell’omosessualità in Russia è un bersaglio da sfregiare.

Mosca, 2010. Maxim Martsinkevich fonda Occupy Pedophilia, un gruppo di vigilantes proclamatosi difensore dei valori eteronormativi in Russia. Noto come tesak (machete), Martsinkevich istituisce la barbara pratica dei safari: vere e proprie cacce all’uomo, scrupolosamente pianificate, durante le quali un individuo considerato omosessuale, pertanto pedofilo – in Russia i due termini sono considerati sufficientemente intercambiabili – viene adescato in rete, attirato con l’inganno nel luogo in cui sarà accerchiato, umiliato e seviziato. I filmati degli abusi vengono poi gettati in pasto ai 220.000 follower della pagina Vk.com dell’organizzazione. Le brutali umiliazioni e le torture subite dalle vittime variano dall’ingestione forzata di urina allo stupro auto-inflitto con bottiglie, rami e spranghe.

Cuba, 2013. Martsinkevich viene arrestato e rimpatriato con l’accusa di razzismo, lasciando la guida del gruppo a Ekaterina Zigunova, che ha mantenuto inalterati i suoi disumani standard di ferocia, nella solidale omertà delle autorità russe.

Bologna, 27 giugno 2015. Oggi ricordiamo l’orgoglio. Ricordiamo che prima dell’orgoglio è stata la rivolta; la voce di una comunità che esplode tuonando sulla vergogna, che lacera i timpani del mondo da New York a Auckland, assordando la storia con la verità più scomoda di tutti i tempi: “We are everywhere.”

Oggi, tuttavia, a Mosca nessuno è ovunque. Ovunque è un reato. Oggi, a Mosca, è ancora il 26 giugno 1969.

pubblicato sul numero 6 de La Falla – giugno 2015

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