Beati quelli che lottano

di Margherita Giacobino

Il Torino Gay & Lesbian Film Festival ha festeggiato i suoi trent’anni, il che non è poco in quest’epoca in cui, per dirla con Audre Lorde, la sopravvivenza si rivela una vera e propria forma di lotta. Il suo omologo sudafricano Out In Africa ha chiuso i battenti l’anno scorso, per mancanza di finanziamenti pubblici ma anche di attivismo, dice la direttora Nodi Murphy. Nodi è a Torino per presentare il film da lei prodotto, While you weren’t looking (2015), con la regia di Catherine Stewart. Subito dopo il film è andato a Zurigo, dove ha ricevuto il premio del pubblico.

Nel Q&A torinese Nodi ha affermato che noi italiani siamo fortunati, perché non avendo diritti riconosciuti abbiamo ancora qualcosa per cui lottare. È un’affermazione che merita di essere approfondita, e lo faccio in un’intervista a Nodi e Catherine.

Il film ritrae la comunità queer di Cape Town e nella trama si intrecciano varie storie: c’è una coppia lesbica middle class alle prese con una crisi di mezza età; c’è la figlia adottiva Asanda, diciotto anni, bella, sicura di sé e attratta dall’androgina Shado, che si destreggia tra i pericoli degli slum. E c’è Mack, un professore bianco che insegna arte queer ai suoi studenti e rimpiange il grande amore di gioventù, un nero con cui ha combattuto contro l’apartheid – ma scoprirà che il suo amante di un tempo è cambiato e ha rinnegato i suoi ideali e il suo passato omosessuale. Un film di tanti colori e tante lingue per una società composita, enormemente diversificata.

A una galleria di gay e lesbiche sofisticati, stravaccati su divani a rimpiangere i bei tempi della lotta e degli ideali (che a una della mia generazione fanno venire in mente i mitici, frustrati post sessantottini di Claire Bretécher), si contrappone un gruppetto di giovani butch delle township, irte e spinose, baldanzose e vulnerabili. Quanto c’è di reale nel vostro film?

Tutto, a cominciare dalla casa della coppia lesbica. I personaggi si ispirano a gente conosciuta. Le giovani butch sono autentiche. Comunità come quella che abbiamo mostrato vivono realmente nelle township; si tratta di giovani che probabilmente non si definirebbero lesbiche ma piuttosto gender variant. In Sudafrica c’è un forte movimento transgender, mentre quello gay e lesbico sembra non avere più molto da esprimere perché non ha più diritti da rivendicare.

Nel film un gruppetto di businessmen neri reazionari esprime il desiderio di cambiare la costituzione che concede pari diritti ai gay e alle lesbiche.

In Sudafrica abbiamo la miglior costituzione del mondo, basata sul principio di “non discriminazione”. Ne siamo tutti orgogliosi. Peccato che in realtà discriminazione e pregiudizio esistano ancora. La costituzione stessa contiene una contraddizione, poiché si propone di rispettare tutte le usanze e credenze, alcune delle quali sono fortemente discriminatorie verso le donne. Per esempio, nei territori rurali retti da capi tribali le donne non hanno diritto di parola. La poligamia è una realtà: il nostro presidente ha quattro mogli. La pena di morte non esiste, ma se la gente potesse votare contro il dettato costituzionale, probabilmente la istituirebbe. L’omofobia è diffusa e colpisce soprattutto i neri e le donne nere.

Come le giovani butch del vostro film, che si immagina abbiano una vita dura.

Sarebbe più dura per una di noi, una lesbica bianca, in una township. È il loro ambiente, lo conoscono. Ma certo è pieno di pericoli e di violenza. Ci sono i cosiddetti “stupri correttivi”, che colpiscono soprattutto le donne nere. Alla fine del film si vede una targa commemorativa: ricorda alcune donne nere uccise dalla violenza omofoba.

Ma i gay e le lesbiche middle class possono sposarsi e adottare figli… Tu hai detto che il popolo LGBT italiano è fortunato perché non ha diritti civili.

Voi dovete ancora combattere per ottenere i diritti. Avete la possibilità di capire, e far capire, che le cose non vanno bene. Che non basta scrivere principi di uguaglianza. In Sudafrica il problema è che la costituzione è più avanti dei movimenti.

Da noi è il contrario, l’apparato di leggi è indietro non solo rispetto ai movimenti, ma credo anche rispetto al sentimento popolare. Tuttavia anche noi sembriamo concentrarci soltanto su certi diritti della sfera privata, il matrimonio, i figli, e perdere il contatto con altre lotte, altre diversità.

Voi avete qui un grosso problema di migrazione, di gente che arriva in cerca di una vita migliore o di salvezza. Anche noi ce l’abbiamo, e stiamo respingendo quelli che vorrebbero venire da noi dai paesi confinanti. Sono gli stessi paesi – Namibia, Botswana, Zimbabwe – che hanno ospitato le nostre truppe di liberazione, che ci hanno aiutato nella lotta per ottenere l’indipendenza e la nostra meravigliosa costituzione, di cui tutti andiamo fieri. Il nostro film è ironico, ma anche amaro: i diritti che abbiamo conquistato non hanno cambiato il mondo, ma soltanto allargato i privilegi di certe fasce sociali.

pubblicato sul numero 6 de La Falla – giugno 2015

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