Torri, checche e tortellini

di Elisa Manici

Una giunta comunale molto rossa che, nel lontano 1982, concede il cassero di Porta Saragozza a un gruppo di froci. Questa vicenda, che in Italia non ha uguali, nel tempo ha assunto i contorni di una leggenda, ma in pochi sanno quale percorso condusse a questo risultato. Torri, checche e tortellini, di Andrea Adriatico, ce lo racconta.

Presentato in anteprima al Torino Gay & Lesbian Film Festival, e atteso a Bologna sia al Biografilm Festival, che alla proiezione pre-Pride del 25 giugno ai Teatri di Vita, Torri, checche e tortellini ha la struttura lineare del documentario classico, con Bologna, il gucciniano inno d’amore alla città, a inframmezzare i rari filmati d’epoca e gli interventi dei protagonisti di allora. Voci storiche del movimento, da Franco Grillini, a Beppe Ramina, a Diego Scudiero, a Luciano Pignotti e altri, insieme a quelle degli amministratori pubblici, come Sandra Soster e Walter Vitali, forniscono ciascuna un tassello della narrazione.

Dopo il 1977 e l’omicidio dello studente Francesco Lorusso, il sindaco Renato Zangheri aveva incaricato Vitali di occuparsi dei rapporti con i giovani, e di organizzare una serie di iniziative per riavvicinarli. Nel frattempo, un gruppo di omosessuali aveva formato il Collettivo Frocialista, sotto la guida di Samuel Pinto (alias Lola Puñales), uno studente cileno fuggito dalla dittatura di Pinochet. Alle nostre eroine frocie, che inizialmente si riunivano in una sezione del Psi in via Castiglione, venne l’idea di chiedere una sede al Comune. Nel farlo, decisero di cambiare nome in Circolo XXVIII giugno, per essere più credibili nella contrattazione. Il Comune, inaspettatamente, accettò, anche se la trattativa per scegliere una sede che i militanti giudicassero adeguata andò avanti per due anni. Subito dopo l’individuazione di Porta Saragozza, in precedenza sede di varie associazioni, gli oppositori trovarono una motivazione destinata a rimanere, sottotraccia, presente anche negli anni futuri. Sulla porta, infatti, c’era – e c’è ancora oggi – una targa dedicata alla Madonna di San Luca, e per questo l’amministrazione stessa temette che il sentimento religioso di alcuni cittadini potesse sentirsi offeso. Ma le nostre eroine, con l’importante appoggio di Renzo Imbeni, allora segretario del Pci bolognese, la spuntarono: se il cassero era della città, era anche delle finocchie, altrimenti l’amministrazione avrebbe sancito una discriminazione.

Le consegna delle chiavi avvenne il 28 giugno 1982. Ancora lontani i tempi della normalizzazione, tra rumori di macchine da cucire, parrucche spazzolate e serate in terrazza, vennero messi in scena alcuni degli spettacoli destinati a rimanere nella storia del Cassero, come Fascistissima e Laida.

La storia che racconta Torri, checche e tortellini ci dà energia, ci fa ridere, ci porta sull’orlo della commozione, ci fa sentire piccole piccole nel confronto con questi attivisti che, tra ingenuità e rivoluzione, hanno fatto la storia. La nostra storia. Chi scrive, come tante e tanti, si sente vostra figlia. Grazie.

pubblicato sul numero 6 de La Falla – giugno 2015

 

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