Pinne, pareo ed occhiali

di Franco Grillini

L’esperienza dei gay camping in Italia è stata mitica al punto che il mito resiste a tutt’oggi. Il primo è stato quello di Capo Rizzuto in Calabria nel 1979, ripetuto l’anno successivo, poi a Ortona nell’81, a Vieste nell’82, Rodi Garganico l’anno successivo. Erano organizzati dalla rivista Babilonia di Felix Cossolo e Ivan Teobaldelli, mentre dall’ 85 all’ 88 da Arcigay nazionale.

I primi tre me li sono persi, ma dopo il mio coming out nell’82 sono andato a tutti e ben tre li ho pure organizzati. Il gay camp è stato una grande festa collettiva liberatoria. Ci si trovava tra quasi tutti i gay militanti dell’epoca e si passavano tre settimane a cazzeggiare, prendere il sole, fare sesso e organizzare gli spettacoli serali. Babilonia li organizzava per autofinanziamento e quando si vide che i camp erano diventati troppo onerosi la palla passò all’Arcigay.

A Vieste nell’82 c’era una vera folla, mille forse duemila tra gay, trans e qualche lesbica. Era il mio primo campeggio e lo passai in tenda, non proprio una comodità ma avevo ventisette anni e tutto andava bene. Era agosto e a Bologna avevamo appena inaugurato il Cassero di Porta Saragozza. In quel campeggio c’era quasi tutto il movimento di allora, compreso il “promotore” dell’Arcigay Don Marco Bisceglia col suo fidanzato, un bel ragazzo che faceva il cuoco all’After Dark di Milano, mitico locale con la darkroom affrescata da Keith Haring.

Divertimento, grandi bagni e grandi giochi d’acqua, qualche incontro “politico”, le proteste dell’arcivescovo di Manfredonia che fece dire una messa riparatrice contro la Sodoma sul mare e la presentazione del numero zero del mensile gay Babilonia con un disegno di Schifani.

Poi Rodi Garganico, anche lì reprimenda del vescovo. E infine i campeggi “Arcigay Camp” e scoppia la rivoluzione. Il primo fu organizzato dall’Arcigay in Calabria, a Rocca Imperiale, nell’agosto dell’85. Sarebbe dovuto iniziare il 21 agosto e tre giorni prima La Repubblica aveva pubblicato un mio editoriale [in seguito ad una petizione firmata da quarantanove cittadini con l’oggetto “Pericolo imminente di contagio di malattie infettive e letali”, ndr] in cui mettevo in guardia dal considerare gli omosessuali come untori, e soprattutto come unico gruppo a rischio, perché un virus non ha morale e non discrimina tra omosessuali ed eterosessuali. Ma evidentemente il sindaco di quel paesino non condivideva il mio monito e decise di emanare una ordinanza urgente di chiusura del campeggio e, senza téma di incorrere nel ridicolo, ci accusò di diffondere ogni malattia infettiva immaginabile elencandole una per una. Fortunatamente il Ministero degli Interni e il prefetto di Cosenza fecero revocare l’ordinanza e così iniziò il gay camp più esposto di sempre alla stampa e persino ai TG. I partiti di destra minacciarono fuoco e fiamme mentre quelli di sinistra si schierarono con noi e, in due affollatissime assemblee con la popolazione locale, riuscimmo a chiarire che non c’era nessun rischio per la popolazione. Fu il mitico professor Giovanni Battista Rossi, direttore dell’istituto di virologia dell’Istituto Superiore di Sanità a interrompere le sue vacanze e a venire da noi a spiegare a tutti che non c’erano untori, che non si potevano incolpare gruppi a rischio, che una malattia non può essere considerata come limitata a un settore della popolazione ma che potenzialmente riguardava tutti. E così, mentre giustamente i campeggiatori si divertivano con un mare blu cobalto da togliere il respiro, l’unico telefono era costantemente occupato per il rapporto con i giornalisti. Pensate che persino il paludato Corriere della Sera aveva mandato l’inviato con autista e auto blu al seguito. Quel campeggio è stato il punto di irruzione mediatica dell’Aids in Italia, perchè la preoccupazione qui da noi si è avuta con molto ritardo rispetto agli Usa e al resto d’Europa.

L’anno successivo ci si trasferisce in Sardegna, niente di meno che in Costa Smeralda in un polveroso campeggio di Cannigione (esiste tutt’ora molto riammodernato e ci ha invitato a rifare l’esperienza) dove uno strepitoso Stefano Casagrande in arte “la Cesarina” gestì la parte relativa agli spettacoli. Di quel gay camp ci sarebbe un mondo da raccontare ma lo spazio è tiranno. All’inaugurazione c’erano tutti i media di allora ed anche alcuni leader politici. Ad una domanda su cosa ci mancava in Sardegna un birichino rispose che non c’erano le “linee di trucco preferite” e indovinate quali erano i titoli dei quotidiani il giorno dopo…

I gay camp attizzavano la curiosità degli autoctoni che soprattutto la sera si radunavano a centinaia davanti ai cancelli. Il clou di questa curiosità lo raggiungemmo al campeggio di Porto Sant’Elpidio, nelle Marche, quando si arrivò persino ai pullman organizzati per andare a vedere i “froci”. Ovviamente alcuni di loro non si limitavano a vedere soltanto ed è così che i travestimenti, per chi voleva cuccare a iosa, erano all’ordine del giorno. Anzi, appena si aprivano le porte del camp c’erano già le figure storiche e quasi istituzionali pronte con i loro bauli pieni di vestiti improbabili tutti rigorosamente femminili: e via con le varie duchesse, marchese, contesse. Le più note erano la Romanov che era Ciro Cascina, la contessa Farnese al secolo Mario Cirrito e poi Miss Pomponia e tante altre.

Il camp era quindi una festa a tutto tondo, chi c’è stato se lo ricorda ancora al punto da diventare addirittura un mito dell’esordio della visibilità LGBT in Italia. Ed era anche una festa di libertà soprattutto sessuale, con quella “promiscuità” che di lì a poco sarebbe stata, a torto, la principale imputata per la diffusione dell’HIV. Ora il rito di massa degli incontri e dell’affermazione dell’identità LGBT sono i pride, il primo dei quali, voluto e organizzato dall’Arcigay, fu quello del 1994 a Roma, sei anni dopo l’ultimo gay camp.

pubblicato sul numero 5 de La Falla – maggio 2015

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