Evviva l’ideologia del gender!

di Lorenzo Bernini

Molto è stato scritto e detto a proposito delle fotografie blasfeme postate sulla pagina Facebook del Cassero. So che l’associazione se ne è scusata, e non vorrei riaprire la questione. Non riesco però a non approfittare di questo articolo per dire che a me hanno divertito. Per il cattivo gusto assomigliavano alle vignette di Charlie Hebdo che dopo la strage sono assurte a simbolo della libertà di espressione. E ricordavano anche la processione della Madonna della Scabbia, protettrice delle frocie malate, scassate e messe male, che Porpora Marcasciano descrive nel suo bel libro AntoloGaia, uscito da poco in una nuova edizione. Certo non saranno piaciute a chi pensa che le comunità LGBTQI italiane debbano starsene composte al loro posto, a elemosinare diritti che vengono loro negati da forze politiche impegnate a rincorrere il voto cattolico. Ma dissacrare i simboli della propria oppressione è di per sé liberatorio. Tra poco si ricorda il 28 giugno 1969, il giorno in cui, scrisse Allen Ginsberg, le persone LGBTQI persero il loro sguardo ferito. Alcuni/e iniziarono allora a sorridere garbatamente, altri/e a ridere sguaiatamente.

E sguaiatamente appunto, provocatoriamente, occorre oggi prendere le difese dell’ideologia del gender – che pure non esiste. L’espressione fu coniata nel 2000 dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, rimase a lungo confinata in una produzione editoriale di nicchia, e divenne nota al grande pubblico nel 2012, quando un non ancora emerito Ratzinger la utilizzò per opporsi all’introduzione del “matrimonio per tutti” in Francia. Da allora è diventata un potente strumento di mobilitazione anche in Italia, dove il matrimonio resta solo per alcuni. Contro l’ideologia del gender sono stati organizzati convegni specialistici e conferenze informative, veglie di preghiera, manifestazioni di piazza, contro di essa sono state approvate delibere comunali e provinciali. Contro di essa, dopo Ratzinger, hanno tuonato non solo Bagnasco ma anche Bergoglio. La nuova strategia di marketing di una Chiesa in forte crisi di consenso, prevede infatti che il Papa dell’Amore predichi l’accoglienza dei peccatori anche se LGBTQI, e assieme si presenti come il baluardo dei valori cattolici minacciati da un complotto planetario. Matrimoni omosessuali, diritto all’adozione e accesso alle tecniche di riproduzione assistita per lesbiche e gay, leggi contro l’omotransbifobia, campagne di educazione antidiscriminatoria, autodeterminazione riproduttiva delle donne, quote rosa: tutti esiti dell’egemonia esercitata sull’ONU e sull’Unione Europea da una oscura lobby anticristiana di pervertiti sessuali che, assieme al culto dell’unico Dio, vorrebbe abolire la famiglia naturale e la differenza tra i sessi, nonché imporre ai bambini una sessualizzazione precoce e un’identità neutra. Questi i contenuti della pericolosa ideologia – su cui ora sarà meglio fare un po’ di chiarezza.

Innanzitutto bisogna precisare che il termine “gender” ha un suo corrispettivo italiano, “genere”, e che in ambito accademico non esiste una teoria del gender, ma studi di genere (gender studies), declinati al plurale. L’inglese rende il concetto più misterioso, più spaventoso, e suscita fantasmi di colonizzazione culturale. Il singolare condensa in una ideologia compatta quello che è un vasto campo di ricerca interdisciplinare. In realtà negli studi di genere psicologi/ghe, sociologi/ghe, antropologi/ghe, storici/che, filosofi/e, letterati/e, giuristi/e si confrontano, dibattono, a volte persino litigano attorno allo statuto della femminilità, della mascolinità e di altre possibili espressioni dell’identità sessuale. Il concetto di genere fu introdotto nella sessuologia attorno alla metà del secolo scorso per distinguere la dimensione sociopsicologica dell’identità sessuale dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale. E da subito fece discutere. Negli anni settanta fu utilizzato prima dal femminismo per affermare che la subordinazione delle donne agli uomini è un problema politico e non un dato naturale. E poi dal lesbofemminismo per affermare, in polemica con certo femminismo, che la rivolta delle donne non può essere eterosessista se non vuole essere fallimentare. Adrienne Rich sosteneva ad esempio che proprio l’eterosessualità obbligatoria impone ruoli di genere stereotipati nelle società patriarcali. Monique Wittig che nell’ordine eteropatriarcale la lesbica non è una donna, dal momento che si sottrae al ruolo di genere che tale ordine alle donne riserva. Judith Butler è la più celebre erede di questa nobile tradizione di estenuanti battibecchi. Chi ha letto i suoi libri sa bene che non contengono facili soluzioni, ma complessi rompicapo: le sperimentazioni identitarie delle comunità LGBTQI producono una proliferazione dei generi oltre il binarismo donna/uomo – performances drag e soggettività transgender sono i più immediati esempi – e tuttavia la pervasività delle norme eterosessuali vincola ogni espressione di genere, che con il binarismo è sempre costretta a negoziare…

Lo abbiate capito o no, non è insomma affatto vero che l’ideologia del gender miri a cancellare la differenza sessuale. È vero però che gli studi di genere contestano le credenze dogmatiche secondo cui esisterebbe un solo modo di incarnare il genere maschile e uno solo di incarnare quello femminile, e questi modi complementari, normali e naturali, esaurirebbero la gamma delle identificazioni sessuali. Non è vero neppure che l’ideologia del gender imponga di abolire la famiglia. È vero però che gli studi di genere mostrano che nessuna famiglia è naturale, e che esistono molteplici modi di vivere relazioni di intimità affettiva e sessuale dentro o fuori dal legame famigliare. Infine, non è vero che l’ideologia del gender imponga ai bambini un’identità neutra o li costringa a una sessualizzazione precoce; gli studi di genere, semmai, sono un utile strumento per contestare la normalizzazione chirurgica dei genitali dei bambini intersessuali e per difendere il diritto di quei bambini ad autodeterminare il proprio genere. Ridurre gli studi di genere alla teoria del gender, e la teoria del gender a un’ideologia, è l’espediente retorico con cui il conservatorismo cattolico osteggia oggi le conquiste delle donne e delle persone LGBTQI. È allora per difendere i nostri diritti e per reagire con fierezza all’oscurantismo religioso e alla sua presa sull’opinione pubblica italiana che occorre dichiararci provocatoriamente promotori dell’ideologia del gender – che pure non esiste.

Abbasso la famiglia naturale, dunque! Evviva la teoria del gender! Nessuna della due è reale, ma occorrerà pur prender partito in questo conflitto dell’immaginario. Possiamo poi uscire tutti e tutte insieme in processione, dietro la Madonna della Scabbia, se vi va. Scattare qualche foto, postarla su facebook. E farci una grassa risata.

pubblicato sul numero 5 de La Falla – maggio 2015

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