Masticando al buio – capitolo 5

di Marco B. Bucci

Non fu una scopata come tutte le altre. Nonostante avesse guardato in ogni angolo, aperto ogni porta e controllato ogni ombra accendendo tutte le luci. Non erano soli mentre Riccardo versava un bicchiere di amaro per scacciare la paranoia. Si sentì scivolare addosso uno sguardo lascivo mentre lo sconosciuto che si era portato a casa dal Cassero lo spogliava e leccava gradualmente, senza sosta. L’attesa era palpabile, reale, quando scartò il preservativo per inguainarci il sesso del suo amante. Non importava quanto tentasse di ignorare quello sguardo. La presenza era costante, lo spettatore attento, il suo respiro appena percettibile e lievemente fuori sincrono rispetto ai loro. Non fu un granché come scopata. Riccardo si fece montare senza partecipare minimamente all’atto. Era troppo intento ad ascoltare e a sudare freddo. Quando Nicola, lo sconosciuto cui Ricky non aveva chiesto il nome, prese le sue cose per sparire in strada, la presenza sembrò acquietarsi e Riccardo chiuse gli occhi, sfinito una volta per tutte dai fumi dell’alcol.

Il mattino seguente Ester trovò il figlio maggiore in cucina, vestito di tutto punto, con un tremendo sorriso dipinto in faccia. Non tornava in quella casa da quando aveva cominciato a frequentare Anna, una delle migliori amiche dei suoi figli. Una ragazza troppo giovane per lei, ma bella, talmente bella che lei non riusciva a mettere fine alla loro storia. Perché sì, infine stava proprio diventando qualcosa di serio.

“Buongiorno”. Ester baciò la guancia di Riccardo mentre lui finiva di abbottonarsi la camicia usando il riflesso della finestra come specchio. Era avvolto da un buon profumo di pulito e di caffè appena fatto.

Lui le sorrise, come se si stesse scagionando da una marachella. “Ciao Mamma”.

“Mamma? Non mi chiami così da dieci anni. Vuoi proprio farmi sentire un relitto. Cosa fai in spezzato a quest’ora? Ci stiamo facendo belli, eh?”

“Mi andava di cambiare. Come sto?”

Ester percepì entusiasmo in quella domanda, e aggrottò la fronte. “Bene, eri vestito così a Natale l’ultima volta, hai un appuntamento?” chiese versandosi una tazzina di caffè tiepido.

“No, mi va solo di essere bello” e il modo semplice, diretto e privo di ironia con il quale lo disse fece ridere Ester di gusto.

“Ma lo sei sempre Ricky, sempre. Senti, se tuo fratello e la sua amica non ci sono io ti vorrei parlare di una cosa…”. Il cuore di madre le urlava di scappare per l’imbarazzo. Quello di donna, lesbica e forse anche un po’ innamorata le fece posare la tazzina e guardare in faccia il figlio che continuava distrattamente a pasticciare con capelli, barba e colletto della camicia. “Una cosa importante”. Lui le rivolse un altro sorriso senza aggiungere nulla.

“Mi vedo con una persona, una persona con cui forse mi piacerebbe capire se c’è una… Possibilità di relazione. Insomma qualcuno a cui tengo”.

“Fantastico”.

I due cuori di Ester sembrarono contorcersi entrambi per la tensione. Trattenne il fiato e poi lo sputò fuori, senza pensare. Era adulta, lui era grande ormai, avrebbero affrontato anche questo.

“Riccardo questa persona è una ragazza”.

“Fantastico”. Lui non fece una piega e si sedette per indossare le scarpe stringate, appena lucidate, che lo aspettavano accanto alla sedia. Ester si sentì sollevata, poi insospettita e infine tradita.

“Lo sapevi già?”. Si pose davanti a lui, pronta ad attaccare.

“Non ne avevo idea”. Di nuovo quel suo tono sincero, semplice, privo di alcun accento ironico o malizioso.

Ester si chiese da quando suo figlio era cambiato e come aveva fatto lei a non esser presente all’evento. “Tesoro tutto bene? Mi sembri strano… Diverso”.

Lo sguardo di lui scattò verso di lei come se la testa fosse governata da un meccanismo: “Non c’è proprio niente di diverso”. Gli occhi erano severi, così duri che per un istante Ester si sentì indifesa davanti ad essi. Come una bambina che guarda gli occhi di suo padre. La sensazione fu così sgradevole che fece, senza accorgersene, un passo indietro.

“Ora se hai finito mamma io voglio uscire e non ho tempo da perdere”.

“Riccardo! Ma cosa dici? Ti stavo parlando… Riccardo!”

Ma lui prese le chiavi, la giacca che aveva usato solo al battesimo di sua cugina, e non si voltò per salutarla. “Scusa ma non ho proprio tempo.” La porta si chiuse ponendo fine alla loro conversazione.
Matteo, carico di buste del supermercato, incrociò il fratello nell’androne. “Ohi, ma quella è la macchina di Voldemort?”

Riccardo esibì subito un largo sorriso: “No è la macchina della mamma” e uscì in strada senza aggiungere altro. Qualcosa, sulla mano che aveva aperto la maniglia del portone, aveva brillato per un secondo alla luce del mattino e Matteo rimase interdetto un istante senza saperne il motivo. Poi spinse il pulsante dell’ascensore con il gomito libero.
Entrato in casa trovò Ester con la sigaretta accesa alla finestra.
“Hai litigato con Ricky?”
“Tuo fratello ha qualcosa che non va”. Ester spense la sigaretta nel posacenere sul davanzale. Non fumava mai davanti ai suoi figli, eppure un’ansia torbida e strisciante governava i suoi pensieri mettendole a dura prova i nervi. “Non sembra lui. È successo qualcosa?”

Matteo ripensò ad Antonio, poi a Fede e infine alla porticina sul balcone con il piccolo tesoro al suo interno. Si scrollò di dosso un brivido e cominciò a disfare le buste della spesa.
“No, no. È tutto ok.”.

(5 – continua)

pubblicato sul numero 4 de La Falla – aprile 2015

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