Intervista a Julie Maroh

di Elisa Manici

Julie Maroh, francese, 30 anni, ha esordito nel 2010 con il graphic novel Il blu è un colore caldo, da cui è stato tratto il film La vita di Adèle, di Abdellatif Kechiche, palma d’oro a Cannes nel 2013. Al suo attivo altre due opere: Skandalon e City & Gender.

Cosa rappresenta l’immagine che hai disegnato per noi?

A un primo sguardo potrebbe semplicemente essere descritta come una coppia di lesbiche. Ma un esame più attento rivela altri elementi che potrebbero portare ulteriori significati o interrogativi. È aperta all’immaginazione, anche se, fondamentalmente, volevo comunicare la sensazione di una pace profonda.

Sei eclettica, lo stile dei tuoi lavori è diverso. Come lo scegli?

Mi ispirano tante cose, e quando mi viene in mente l’idea di una storia, di solito visualizzo nella mia testa come dovrebbe apparire, graficamente parlando. Quindi faccio del mio meglio per ottenere questa mia visione sulla carta.

Com’è per te “Dirsi lesbica” (dal titolo dello studio della sociologa Natacha Chetcuti) oggi?

Innanzitutto non credo ci sia un unico modo di “dirsi lesbica”, di essere lesbica, di stare in una relazione lesbica. Per me è una grande foresta di diversità, dove ciascuna segue il proprio istinto su cosa/chi vuole essere. È anche una questione femminista, che va contro quello che la società, la famiglia, il patriarcato si aspettano dalle donne. “Dirsi lesbica” significa che sei padrona di te stessa, e nessun altro decide del tuo genere, della tua sessualità, e degli aggettivi da metterti addosso.

Tu sei francese ma stai in Italia già da un anno. Noti una differenza nella qualità della vita delle persone LGBT?

La qualità della vita e la sensazione di sicurezza sono molto diverse da un Paese all’altro, ma a volte anche da una città all’altra nello stesso Paese, ho provato io stessa queste differenze. Dal punto di vista politico la Francia è innegabilmente più avanzata sui diritti LGBT, ma ricordo di essermi sentita più al sicuro tenendo per mano e baciando la mia ragazza a Bologna che a Parigi, per esempio. Quindi è complesso. Credo davvero che azioni a livello locale possano contribuire a cambiare in positivo una città, anche se il Paese è rimasto indietro (e voi al Cassero fate un gran lavoro!).

Tutti i tuoi lavori in realtà sono molto politici, nel senso che problematizzano il rapporto tra individuo e società, tra libertà individuale e costrizioni sociali. Confermi questa lettura?

Sì: sono questioni che mi affascinano. Credo che la maggior parte delle persone abbia dovuto affrontare, almeno una volta, situazioni dove l’individualità si è trovata in conflitto con le regole, le leggi, i pregiudizi della società. A dire il vero ho questa domanda che mi risuona dentro da anni: come mai viviamo così, quando si suppone che siano i governi a dover essere al servizio del popolo, e non il contrario?

pubblicato sul numero 4 de La Falla – aprile 2015

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