Celebration: incontro con Giorgia Nardin

di Federico Borreani

Giorgia Nardin, coreografa e performer veneziana, ha incantato le platee europee col debutto solista Dolly, ritratto intelligente e spietato di femminilità dedicato all’icona di Barbie. Il suo primo lavoro per due interpreti, All dressed up with nowhere to go, sta per debuttare in Francia dopo essere stato selezionato dal prestigioso network Aerowaves al primo posto tra le creazioni europee più promettenti. Performing Gender l’ha scelta insieme ad altri 16 artisti europei per investigare le differenze di genere e di orientamento sessuale attraverso la danza contemporanea. La incontriamo proprio in occasione dell’evento di chiusura di Performing Gender che si terrà al MAMbo e al Cassero il 26 e 27 marzo prossimi, in cui proporrà la performance Celebration.

Al centro della tua ricerca sembra esserci sempre il corpo: da vestire, svestire, investigare, celebrare. Cosa ti affascina dei corpi degli altri?

Non credo che ad affascinarmi siano necessariamente i corpi: scelgo le persone con cui lavorare per un mio interesse verso di loro, per il modo che hanno di stare in scena. Più dei corpi, mi affascinano loro stessi e la relazione che si instaura tra di noi.

E l’identità del performer, quanto ti condiziona? Cosa cambia nel lavorare con un corpo maschile o con uno femminile?

Se intendiamo le sfumature che differenziano un individuo da un altro, allora l’identità del performer è fondamentale. Ma per me non c’è differenza nel modo di lavorare su un corpo maschile o femminile. Per All dressed up ho voluto lavorare con due persone, Marco D’Agostin e Sara Leghissa, che si equilibrassero energeticamente. Ci sono parti in cui la presenza di Sara può risultare connotabile come maschile e momenti in cui Marco porta un modo morbido di stare in scena, associabile a qualità femminili. Per me era importante che questa relazione si alternasse costantemente ma soprattutto che non fosse dichiarata, che potesse essere letta in modo aperto. Non un “maschio” e una “femmina” che si scambiano o meno i ruoli, ma Marco e Sara, che in scena condividono una condizione. Questa fluidità mi interessa da sempre.

Corpo e identità sono anche i temi di Celebration, la performance che hai proposto al Museo Reina Sofia di Madrid: al centro della scena una donna, la performer Olivia Jacquet, e il suo corpo interamente tatuato.

Anche in questo caso non abbiamo lavorato sul corpo di Olivia in quanto femmina ma sul suo corpo modificato, su cosa vuol dire per lei abitarlo. Il mio intento è quello di tenere aperto questo corpo, di lasciarlo esposto con tutte le sue caratteristiche. L’incontro con Olivia è stato bellissimo, mi ha dato la possibilità di mettermi in relazione con un’arte di cui conoscevo davvero poco: da questa esperienza porto con me un grandissimo rispetto per chi tatua e per chi sceglie di modificare il proprio corpo. Ho sempre avuto una profonda attrazione mista a paura nei confronti delle modificazioni corporee. Mi sono messa in una condizione di assoluto ascolto e sento comunque di essere rimasta ai margini: non ho provato cosa vuol dire avere un corpo modificato, né sento l’esigenza di fare questa scelta. Anche per questo, Celebration è un lavoro a cui tengo molto. Perchè necessito di un tempo per entrarci ogni volta, da spettatrice. Lo conosco, l’ho creato assieme ad Olivia, ma per certi aspetti mi è estraneo, quindi sempre nuovo.

Celebration unisce linguaggi contemporanei diversi tra loro, coinvolgendo anche il pubblico. La danza non ti basta più?

Celebration necessita di questo formato, richiede un tempo lungo per svilupparsi, perchè lo spettatore entri in quello che avviene. Era fondamentale che il linguaggio fosse quello di Olivia, visto che la performance è pensata appositamente per lei. Il coinvolgimento del pubblico invece è avvenuto in maniera molto spontanea, era una cosa alla quale non avevo pensato, ma è stato meraviglioso vedere come le persone volessero contribuire all’azione di Olivia, lasciare il proprio segno nel suo spazio e aiutarla nella creazione. Quindi è rimasto come parte del lavoro.

Dopo tutta questa ricerca, cosa pensi di avere capito del tuo corpo?

Una cosa che ho realizzato di recente è che ho un corpo abituato a voler star bene, che ha bisogno di trarre godimento in qualche modo. Credo di aver preso via via più consapevolezza della mia logica fisica, dei percorsi che sono più propensa a seguire, di come cambiano e si modificano nel tempo.

pubblicato sul numero 3 de La Falla – marzo 2015

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