In centro ci andiamo un’altra volta

di Irene Dioli

Lo spazio è una componente fondamentale del vissuto e delle battaglie LGBT: spazi chiusi, aperti, sicuri, friendly, women-only… nelle relazioni interne ed esterne alla comunità, tanto si gioca su chi può occupare determinati spazi e con quale libertà e dignità. Ma a chi conosce il Cassero questo non c’è bisogno di spiegarlo.

Il Pride stesso è una sorta di coming out collettivo in cui la comunità e i suoi alleati escono a occupare lo spazio pubblico, a livello tanto fisico quanto simbolico. Dato che lo spazio pubblico è tradizionalmente normato, in modo tanto più silenzioso quanto più efficace, come eterosessuale, le configurazioni spaziali delle sfilate dell’orgoglio sono tanto oggetto quanto specchio di dialettiche politiche, culturali e di potere.

Generalmente i Pride si fanno nel centro delle città, con un portato simbolico volto a rivendicare uno spazio nel cuore della vita pubblica. Spesso questo trasforma “il centro” in un luogo di contesa fra correnti di liberazione e blocchi della conservazione. Da parte delle amministrazioni locali, la concessione o meno dello spazio pubblico, centrale o periferico, è un ovvio segnale di legittimazione verso associazioni, movimenti e istanze, con altrettanto chiare connotazioni gerarchiche e di valore. Per motivi di sicurezza, interpretabili come in parte legittimi e in parte strumentali a dinamiche di controllo, negli ultimi anni si è assistito a Pride caratterizzati da configurazioni riconducibili all’idea non di occupazione, ma di contenimento più o meno violento. Ex Jugoslavia, Romania e paesi baltici sono solo alcuni esempi di Pride circoscritti, se non inscatolati, da cordoni di polizia, carri armati e contro-manifestanti.

Nel 2004, sempre per “motivi di sicurezza”, l’amministrazione locale di Belgrado, pur non vietando il Pride, è intervenuta alla vigilia della manifestazione per revocare l’autorizzazione a sfilare nel centro della città e spostare l’evento in una zona periferica della capitale serba. Le associazioni hanno reagito annullando l’iniziativa, in quanto lo spostamento coatto dal centro alla periferia rappresentava un’ulteriore marginalizzazione, materiale e simbolica, della comunità LGBT.

Eppure, il pensiero femminista e queer ci insegna che c’è vita fuori dal centro e che il margine può essere, nelle parole di bell hooks, uno spazio di “apertura radicale”, dove stare è “difficile, eppure necessario”. “Non è un posto sicuro. Abbiamo bisogno di una comunità di resistenza”.

La distinzione fatta da bell hooks fra marginalità imposta e marginalità rivendicata come luogo di resistenza ritorna in mente leggendo la Dichiarazione di indipendenza della Popola delle Terre Storte del Sommovimento NazioAnale: un manifesto eccentrico che invita a sostituire “l’avanzata rettilinea del Progresso con percorsi obliqui, grovigli, passi di danza, vagabondaggi”, a “irrompere nello spazio pubblico oltre le forme autorizzate del vivere”.

Allora, invece di andare in centro a fare la lista di formazione sociale specifica da Coin o Swarovsky, andiamo fuori, lontano dal centro, dalle finestre del Comune illuminate di arcobaleno un po’ sbiadito mentre all’interno si programmano sgomberi e divieti per chi cerca qualcosa di diverso da una disciplinata normalizzazione. Invece di fare girare l’economia, facciamo girare altro. Buon Pride a tutt*!

 

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