SUA ALTEZZA (SUR)REALE ALESSANDRO FULLIN

di Andrea Cioschi

Drammaturgo, attore, scrittore, regista, pittore ma soprattutto pioniere del palcoscenico del Cassero, dal quale ha saputo conquistare con la sua irriverente e trascinante ironia le platee di tutta Italia: incontriamo Alessandro Fullin in occasione del ritorno in grande stile a Bologna di Piccole gonne.

Alessandro Fullin torna a Bologna: è un po’ come quando rivedi un tuo ex fidanzato dopo tanti anni?

È difficile che un ex fidanzato abbia voglia di rivedermi, anche se sono passati molti anni.

Qual è il ricordo del Cassero che porti nel cuore?

Molti, perché ero giovane. Ora ho 50 anni, ma se c’è una cosa che non temo è l’età che avanza. In palcoscenico seguo, come posso, l’esempio di Bette Davis: il meglio lo si dà quando sei decrepita.

Cosa è cambiato per te con l’esperienza in tv?

Per me niente. Sono gli altri che improvvisamente pensano che vivi in una villa palladiana, con la cuffia in testa pronto a fare quattro bracciate in piscina. Ma io non ho neanche le pinne.

Raccontaci questo “infeltrimento teatrale di un classico della letteratura americana”, ovvero Piccole gonne, che sarà in scena al Teatro Duse il 10 Febbraio prossimo.

Il testo della Alcott è veramente irritante e quindi irresistibile. Lo paragono a Pollyanna di Eleanor Porter: le scrittrici americane piene di buone intenzioni ti fanno uscire veramente dai gangheri.

Nella compagnia siamo tutti uomini tranne una donna biologica, la mitica Tiziana Catalano (Sorelle Suburbe, per intenderci). Dei maschietti uno è anche eterosessuale e il pubblico deve scoprire chi è. Do un piccolo aiuto: non sono io. Non mi piace portare sul palco la fantascienza.

Se la memoria non mi inganna, Piccole gonne fu allestito per la prima volta con un gruppetto di volenterose del Cassero, cosa ricordi di quel momento?

Sì, la prima versione di Piccole gonne venne realizzata con la complicità del Cassero. Radunai un bel gruppetto di giovanotti… Eravamo sul palco in una decina, un’infinità: se Moira Orfei ci avesse prestato un elefante avremmo potuto tentare anche un’Aida.

pubblicato sul numero 2 de La Falla – febbraio 2016

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