MASTICANDO AL BUIO – capitolo 3

di Marco B. Bucci

Ester era uscita con le amiche che avevano sostituito quelle precedenti. Quelle che non dovevano sapere la verità su di lei. In questo era metodica, non poteva permettersi di perdere tempo. La vita ad ogni passo si faceva sempre più veloce e di conseguenza più breve. Da quando i suoi figli erano usciti di casa i giorni erano tamburi frenetici, i mesi pezzi di danza sincopati. Gli anni sembravano attraversarla come notti di festa delle quali ricordi l’inizio ma non la fine. Si svegliava ogni primo di gennaio con il terrore e la consapevolezza di non saper raccontare cosa fosse successo l’anno precedente.
Ecco perché non si era posta troppe domande quando era stata baciata da un’altra donna, quasi per scherzo. Nei tempi che vennero subito dopo ci finì a letto, e quello non fu per niente uno scherzo. Tutta la sua vita assunse all’improvviso una nuova profondità. Il tempo poteva rallentare, anche se per poco, quando veniva amata. Non in quel modo cui era stata educata, preparata, e attraverso il quale aveva scoperto insofferenza, vergogna e abbandono. Il suo corpo ancora giovane, le rughe dolci intorno agli occhi non truccati e la sua cascata di capelli ramati, erano vie di un potere che stava imparando a scoprire.
Quello di scegliere, sentire e vivere. Non aveva mai pensato di essere forte quando aveva vent’anni. Ecco perché la ragazza che ora era in bagno aveva quell’età. Le sue amiche, in un viottolo del centro, avevano riconosciuto una voce e avevano cominciato a urlare in strada il nome di questa universitaria che era uscita con loro la settimana prima. Ester le aveva implorate di fare piano, che in quel palazzo vivevano anche i suoi figli, ma era troppo ubriaca per non mettersi a ridere.
Anna, così si chiamava, si era sporta dal terrazzo dell’ultimo piano. Ester non aveva avuto il tempo di accorgersi che era proprio dall’appartamento che aveva comprato qualche mese prima. Aveva guardato quella ragazza con le spalle scoperte, illuminate dalla luce dietro di lei, e aveva smesso di respirare.

Quando Anna uscì dal bagno, dall’altra parte di Bologna, Matteo e Federica misero piede in casa. Riccardo era chinato in terrazzo, con un cacciavite in mano, occupato a scassinare la piccola porticina nascosta.
“Ma che cazzo fai?”
“Ti eri mai accorto che dietro a questo vaso ci fosse una porta?”
Riccardo sbeccò il cacciavite imprecando a denti stretti.
“Ricky ti sei alzato presto o sei in piedi da ieri?”
“Non sembra una roba tipo centralina, vero? È proprio una porta… Aiutami, dai che facciamo leva.”
“No, fermo, ci pensiamo domani… cioè oggi, insomma più tardi. C’è una cosa che ti devo dire.”
“Spara!” disse Riccardo mentre tirava a sé il cacciavite nel doloroso tentativo di piegare la lamiera. L’intonaco gli si sbriciolò addosso, cadendogli sulle cosce.
“C’è una persona che starà da noi per un po’…”
Riccardo alzò lo sguardo per la prima volta, come se quelle parole non avessero senso usate in quel modo.
Non per loro, non in quella situazione e soprattutto non in quel momento. Fede si fece avanti, posando il borsone sportivo a terra. Deglutendo a fatica, accennò a un sorriso: “Ciao Ricky”.
Lui, in tutta risposta, si esibì nella sua migliore espressione da totale idiota e poi si lasciò cadere di peso con il culo a terra. Non riusciva a staccare un attimo lo sguardo da quello che un tempo era il migliore amico di suo fratello, riconoscendo appena chi aveva battuto innumerevoli volte nei picchiaduro e preso in giro mille volte dandogli del frocetto. Cominciò a boccheggiare una risposta. Una qualunque, scelta a caso tra quelle che non avessero bisogno di altre spiegazioni, arrivando solo all’ultimo a capire che Federico non era mai stato gay, che l’omosessuale di casa era sempre stato solo lui.
Quello che gli uscì fu uno dei suoi sorrisi da canaglia.
“Fede ti sei fatto una gran figa”. Poi non trattenne una risata, letteralmente. Lo sguardo perplesso di lei lo fece alzare. Accorciò le distanze e la travolse in un abbraccio senza aggiungere altro. Stritolò la sua nuova coinquilina con un trasporto immotivato.
Matteo gli mollò una pacca sulla spalla per attirare la sua attenzione.
“Ricky ma hai fumato? Sei sotto MD?”
Riccardo riemerse dall’abbraccio con gli occhi gonfi di lacrime.
“Antonio mi ha mollato.”

A quella frase seguirono tè, sigarette, consolatori sushi all-you-can-eat, telefonate fiume e status di Facebook solenni come epitaffi. Riccardo manifestò nei giorni seguenti la sua perdita con una tale intensità da oscurare ogni altra cosa. L’entrata in scena di Federica passò in sordina, e il piano che poco prima era stato pensato tra Matteo e Anna cambiò solamente interprete femminile. Ester non si fece vedere in casa e al telefono prese la notizia con distratta noncuranza. Antonio cancellò il suo profilo da ogni social network. Anna rimase al telefono con Riccardo per ore ma nessuno dei due parlò più del suo trasferimento truffaldino.
Era come se Antonio, lasciando Riccardo in quel modo, avesse capovolto le vite di tutti quanti. Nessuno però poteva ancora immaginare quanto questo, di lì a poco, si sarebbe rivelato pericoloso.

(3 – continua)

pubblicato sul numero 2 de La Falla – febbraio 2015

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