“Uncle ACE” di Blood Orange

di Andrea Pizzamiglio

“Stay clear from the closing doors”.

Si chiudono le porte e parte un ritmo funky anni ‘80, fisso e continuo, come le ruote di un treno sulle rotaie verso il Queens, poche note di piano a descrivere la notte che scorre dai finestrini.

Uncle ACE house (la casa di zio Asso) è il nomignolo che i giovani homeless di New York danno alle linee A, C ed E della metropolitana, quelle più lunghe.

I senzatetto fra i 15 e i 25 anni nell’ultimo anno sono diventati il 20 % del totale nella Grande Mela, un record mai raggiunto prima: molti di loro sono giovani GLBT espulsi dalle proprie famiglie (soprattutto per motivi religiosi) o scappati dall’affido.

In carrozza uno fa il palo (e “smercia quelli silenziosi”) per avvisare i compagni dell’arrivo di poliziotti o di ladri senza scrupoli, così che si possano appisolare (e “perdere cognizione di dove si trovano”) fino al capolinea. Poi si fa cambio e si torna indietro.

I giovani homeless si scambiano i vestiti e le sigarette e nelle loro nuove famiglie così formate, che ricordano le case della cultura dei Ballroom (quella del vogueing, per intenderci), non conta quanti anni hai, ma quanta esperienza hai maturato sulla strada.

La voce è senza emozioni, perché non c’è spazio per la leggerezza di una melodia. E ci racconta di chi “lo prende e tiene la bocca chiusa in un empio trittico fra dolci e incauti amici”, in metro, al riparo dal freddo, “aspettando che arrivi Aprile”, quando si potranno incontrare ancora i clienti nelle vicinanze del Christopher Street Pier.

Lo Stonewall Inn è proprio in Christopher Street, e ai tumulti del 28 giugno 1969 hanno partecipato molti di quei ragazzi, cacciati da casa con solo i vestiti che avevano addosso, e che erano riusciti a entrare nel locale con i soldi raccolti con l’elemosina, come le cronache dell’epoca raccontano.

La corsa della metro prosegue e il ponte sull’Hudson è una dolce apertura di sassofono, cielo di luci, acqua di stelle, prima di sprofondare ancora in galleria.

Ma sembra comunque di galleggiare: i farmaci rubati al drugstore fanno effetto e ci si può prendere quel po’ di piacere anche dal sesso “perché è tutto quel che avrà da me,  e deve proprio averla una ragione perché io sia proprio ciò di cui ha bisogno, anche se non riesce a dire cosa ci trovi in me.

Alla fine il rumore delle ruote sui binari si fa più forte, non si sente quasi più nulla, solo il ferro che stride e urla i soprusi e le molestie che molti di loro hanno subito, anche nei ricoveri per senzatetto.

Sono tutto ciò di cui hai bisogno, prenditi tutto ciò di cui hai bisogno, io non ho bisogno di nulla.

[Nel settembre 2011 ad Harlem è stato aperto, con l’aiuto di Cyndi Lauper, “True Colors”, il primo rifugio per giovani LGBT senza fissa dimora]

pubblicato sul numero 1 de La Falla – gennaio 2015

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