Masticando al buio – capitolo 1

di Marco B. Bucci

Anna aveva sangue del Frignano, lento come le nuvole a bassa quota che si mescolano alla nebbia. Coltelli dalle impugnature ruvide, il pelo bagnato di grandi cani da guardia e l’odore del caglio di capretto della vecchia latteria davanti al caseificio. Ecco cosa scorreva fuori dalle sue ginocchia sbucciate di bambina. Le ansie e le paure delle adolescenti della valle erano rimaste lontane da lei e aveva vissuto un’adolescenza senza drammi e colpi di testa. Questo fino a quando non aveva realizzato che qualcosa stava inesorabilmente per cambiare. Dopo essersi lasciata alle spalle i paesini di montagna dell’Appennino modenese, le sbronze in macchina con i suoi amici d’infanzia e le strade che come torrenti correvano a valle fino a raggiungere i fossi dei quartieri industriali, aveva preso la sua decisione. A cambiare doveva essere lei, poche storie. La ragazza di montagna che tutti conoscevano aveva avuto vita breve a Bologna. Vivere con altri studenti l’aveva fatta a pezzi a colpi di rasoio elettrico, pomate decoloranti e scontrini dimenticati in fondo a buste di plastica del sabato pomeriggio. Aveva fatto una muta in superficie per salvarsi in profondità, come tutti coloro che non si credono abbastanza forti per vivere in città. In meno di una stagione non era più Anna B., quella di Montecreto, ma Anna l’amica della Gio e l’ex della Fede, quella coi capelli pazzeschi. Sì, proprio lei, quella che non diresti mai. Fu quella l’Anna che si trovò invischiata in tutta questa faccenda.

Matteo e Riccardo non avevano avuto la stessa roboante opportunità di rivoluzionarsi da zero. Bologna era la città in cui erano nati e sebbene fossero riusciti a convincere la loro madre single a investire in un appartamento in centro comodo per l’università, il loro trasferimento non aveva sortito grandi effetti sulle loro abitudini. Ester, dal canto suo e dall’alto dei suoi tacchi rumorosi, aveva una copia delle chiavi dell’appartamento dei figli e le faceva tintinnare nella serratura un giorno sì e l’altro pure.

“Non possiamo pagarci NOI una donna delle pulizie?” urlò un giorno Riccardo dopo aver nascosto in camera per l’ennesima volta Antonio, il suo fidanzato. Ma non c’era stato nulla da fare. Ester, con il suo sorriso smaltato, aveva comprato quella casa e quindi ci poteva entrare quando voleva. Che fosse per pulire i vetri, annaffiare le piante o prendere la roba sporca da lavare non era affar loro. Matteo aveva ventidue anni e Riccardo ventisei, se volevano dettare le loro regole allora tanto valeva che si pagassero un affitto con le loro entrate.

La trappola materna sarebbe rimasta tale per anni se nei primi giorni di settembre non si fosse innescata una provvidenziale cascata di eventi. Sì, proprio lei, Anna, quella che non diresti mai, era solo l’inizio, la prima goccia. All’inizio era solo un’amica di Antonio in cerca di una stanza. Una frase di circostanza, un appello condiviso su Facebook e un nome nelle conversazioni su Whatsapp. Poi Riccardo prese in pugno le informazioni di cui disponeva e le lanciò nella sua immaginazione, interpretando la soluzione che continuava a sfuggirgli. Il piano prese forma in una cena a quattro. Dopo il gelato finirono tutti sul terrazzo della casa in via Goito a rimuginare sulla questione. Dita dei piedi sulle ringhiere di ferro, schiene scottate dopo la piscina e bicchieri di vino rosso vicino alle gambe delle sedie. Riccardo, che non si era ancora fatto la doccia e ostentava una resistenza esemplare al fresco della sera, indossava solo degli Speedo azzurri e una folta peluria bionda. Dopo aver ribadito l’idea a tutti rimase in attesa pregustandosi la reazione di suo fratello.

“Non ce lo lascerà mai fare”. Matteo scosse la testa e si stropicciò gli occhi.

“Se sei convincente non può impedirtelo. Un’altra donna in casa funziona come il terreno consacrato, Ester non ci metterà più piede. Soprattutto se è la tua fidanzata”.

Riccardo sorrise, perché quei denti bianchissimi erano uno dei motivi della sua innata sicurezza. Conosceva sua madre, il piano poteva funzionare davvero. Antonio, asciutto e pallido come una pietra pomice, buttò giù mezzo bicchiere alzando il gomito a mezz’aria.

“Matte sei l’unico etero che abbiamo e io mi sono rotto i coglioni di uscire alle sette di mattina come un ladro se ho fatto serata la sera prima”.

“È una stronzata cosmica” ribadì la voce monocorde di Matteo mentre si versava altro vino e cercava con l’altra mano l’unico pacchetto pieno tra tre vuoti di Lucky Strike. Fumava troppo, e glielo dicevano tutti.

“Anna è carina” ridacchiò Riccardo mentre la stessa Anna ritornava dal bagno. Lei si strofinò le mani umide sulla canottiera e si portò i capelli biondi sulla spalla destra. Con un solo movimento comparvero la tempia rasata cortissima e le punte rosa che sbucavano dalla nuca.

“Ma siete sicuri? C’è una ragazza dell’accademia che ha una stanza a due e cinquanta più spese. Libera da ottobre, forse ce la faccio. Non preoccupatevi, non è necessario tutto questo circo…”

“Zitta!” dissero all’unisono Antonio e Riccardo per poi guardarsi con complicità. C’era sempre aria di lotta tra le lenzuola tra di loro, e anche quello, con parole ben più dirette, lo dicevano tutti.

“Matteo, Anna, da oggi siete fidanzati” sentenziò Antonio.

In quello stesso momento il cellulare di Matteo visualizzò un nome che non compariva tra i suoi pensieri da anni. Riccardo notò per la prima volta uno spiraglio nella parete del balcone, dietro un enorme vaso di fiori che non era mai stato spostato e Anna sentì il suo nome alzarsi dalla strada. Solo che quella, neanche a dirlo, non era ancora casa sua. Tutto ebbe iniziò esattamente in quel momento.

(1 – continua)

pubblicato sul numero 0 de La Falla – dicembre 2014

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